Inflazione al 4,2% a settembre, energia in aumento di oltre il 22%. Secondo la CNA, dall’inizio del conflitto in Iran famiglie e imprese hanno sostenuto maggiori costi per circa 16,5 miliardi. Il Codacons stima fino a 1.415 euro in più per una coppia con due figli. Il price cap frena i carburanti, ma la Cgia prevede un ulteriore aggravio da 1,1 miliardi nel solo mese di ottobre

ROMA – La crisi energetica legata all’escalation in Medio Oriente sta lasciando un segno sempre più evidente sui bilanci di famiglie e imprese italiane. Carburanti, elettricità e gas hanno spinto nuovamente verso l’alto l’inflazione, mentre l’avvicinarsi della stagione fredda alimenta i timori di un’ulteriore pressione sulle bollette.

La fotografia più aggiornata arriva dall’Istat: a settembre 2026 l’indice nazionale dei prezzi al consumo è cresciuto dello 0,7% rispetto ad agosto e del 4,2% su base annua, contro il 3,3% registrato il mese precedente.

L’accelerazione è dovuta soprattutto all’energia. I beni energetici regolamentati sono passati da un aumento annuo del 18,6% al 25,9%, mentre quelli non regolamentati dal 17% al 22,2%. L’inflazione media acquisita per l’intero 2026 è salita al 3,1%.

A quantificare l’impatto della crisi energetica dall’inizio del conflitto in Iran è la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa.

Secondo l’aggiornamento della CNA al 30 settembre, famiglie e aziende italiane avrebbero sostenuto un maggiore esborso di circa 16,5 miliardi di euro rispetto a quello che avrebbero pagato mantenendo i prezzi medi registrati a febbraio.

Quasi la metà del conto deriva dai carburanti. L’associazione stima infatti tra 7,4 e 7,6 miliardi l’aggravio legato a benzina e gasolio.

Seguono l’elettricità, con maggiori costi stimati tra 5,8 e 6 miliardi, e il gas direttamente consumato da famiglie e imprese, con un incremento compreso tra 3 e 3,3 miliardi.

Particolarmente pesante è stato settembre: secondo la CNA, il solo mese appena concluso avrebbe prodotto tra 4,6 e 5,2 miliardi di euro di costi aggiuntivi, circa un terzo di tutto l’aggravio accumulato dall’inizio di marzo.

Nella prima metà del mese l’incremento era stato stimato tra 2,2 e 2,5 miliardi; nella seconda quindicina si sarebbero aggiunti altri 2,4-2,7 miliardi.

Il rincaro non produce però gli stessi effetti per tutti.

Il Codacons ha applicato l’inflazione acquisita dall’Istat alla spesa media annua delle diverse tipologie familiari, ipotizzando consumi invariati e prezzi che rimangano sugli attuali livelli fino alla fine dell’anno.

Secondo queste elaborazioni, un pensionato che vive solo potrebbe sostenere nel 2026 una maggiore spesa di 667 euro rispetto all’anno precedente. Per un single sotto i 35 anni l’aumento stimato sale a 704 euro.

Una coppia senza figli arriverebbe a 1.167 euro in più, mentre per una famiglia monogenitoriale l’incremento sarebbe di 976 euro. Per una coppia con un figlio l’aggravio viene calcolato in 1.281 euro, fino ai 1.415 euro per una coppia con due figli.

Le cifre non rappresentano una bolletta aggiuntiva effettivamente già sostenuta da ogni nucleo: sono simulazioni basate sulla spesa media e sull’ipotesi che le famiglie continuino a comprare gli stessi beni e servizi nonostante l’aumento dei prezzi.

Anche la condizione professionale incide fortemente sulla maggiore spesa assoluta.

Secondo l’elaborazione Codacons costruita sulle classificazioni Istat, un nucleo in cui il capofamiglia è disoccupato potrebbe sostenere circa 701 euro in più nell’arco dell’anno.

Il costo aggiuntivo salirebbe a 936 euro per una famiglia il cui reddito principale deriva dal lavoro operaio e a 1.259 euro quando il capofamiglia è un quadro o un dirigente.

Per imprenditori e liberi professionisti l’aggravio stimato raggiunge invece 1.616 euro, anche in conseguenza di livelli medi di consumo più elevati.

La voce che continua a incidere maggiormente è quella dei carburanti.

La Cgia di Mestre rileva che, nell’ultima settimana considerata, benzina e diesel self service si sono attestati rispettivamente attorno ai 2,10 e 2,30 euro al litro. Rispetto ai livelli prossimi all’inizio della crisi nel Golfo Persico, l’aumento indicato dall’associazione è del 29,1% per la benzina e del 36,6% per il gasolio.

A settembre la benzina aveva raggiunto livelli che non si vedevano dal marzo 2022. Per il diesel si sono registrate quotazioni vicine o superiori ai massimi della precedente crisi energetica, anche se i confronti storici vanno letti tenendo conto delle variazioni intervenute sulle accise.

La Cgia calcola che, mantenendo invariati i consumi, nel complesso del 2026 la maggiore spesa per benzina e diesel potrebbe raggiungere circa 13,6 miliardi di euro rispetto al 2025, pari a un aumento del 20,4%.

Nel tentativo di contenere l’emergenza è entrato in campo anche il cosiddetto price cap volontario sui carburanti.

L’iniziativa, avviata inizialmente da Eni dopo l’appello del governo e successivamente adottata anche da IP-Socar, Q8 e Tamoil, si è rapidamente estesa alla rete nazionale.

Secondo i dati comunicati dal ministero delle Imprese e del Made in Italy il 3 ottobre, 10.413 distributori su 20.141 rilevati praticavano un prezzo della benzina inferiore a 2 euro al litro, pari al 51,7% del totale.

Per il gasolio, 10.519 impianti su 20.147 risultavano sotto la soglia di 2,20 euro al litro, il 52,2%.

Il prezzo medio sulla rete stradale era nel frattempo sceso a 2,052 euro al litro per la benzina e 2,247 euro per il diesel.

Il tetto volontario sta quindi contribuendo a raffreddare i prezzi rispetto ai picchi di settembre, ma secondo la Cgia non sarà sufficiente a riportare il conto ai livelli dell’anno scorso.

L’Ufficio studi dell’associazione stima che nel solo ottobre famiglie e imprese spenderanno circa 1,1 miliardi di euro in più per i carburanti rispetto allo stesso mese del 2025.

Gli aumenti maggiori in valore assoluto si concentrerebbero nei territori con più abitanti e più veicoli.

La Cgia stima un aggravio di 68,5 milioni di euro per Roma, 49,5 milioni per Milano, 39,6 milioni per Napoli, 31,2 milioni per Brescia, 27,8 milioni per Torino e 25,6 milioni per Bari.

A livello regionale, la Lombardia registrerebbe il maggiore aumento, con 163,9 milioni di euro, seguita dall’Emilia-Romagna con 111,1 milioni e dal Veneto con 106,1 milioni.

La pressione colpisce in modo particolare i pendolari e chi vive in territori scarsamente serviti dal trasporto pubblico, dove l’utilizzo dell’automobile è difficilmente comprimibile.

Con il raffreddamento almeno parziale dei prezzi alla pompa, l’attenzione si sposta ora sul costo di elettricità e gas.

La CNA avverte che, nell’ipotesi di prezzi energetici sui livelli medi di settembre e di mantenimento delle misure sui carburanti, il maggiore conto energetico potrebbe raggiungere circa 33 miliardi di euro entro la fine del 2026, con oltre 16 miliardi di ulteriori costi concentrati nell’ultimo trimestre.

Si tratta di uno scenario e non di una previsione certa: molto dipenderà dall’evoluzione del conflitto, dalle quotazioni internazionali di petrolio e gas, dal cambio e dalle eventuali misure pubbliche di contenimento.

Anche il governo sta inserendo il rischio energetico nelle proprie valutazioni macroeconomiche.

Nel Documento programmatico di finanza pubblica, uno scenario caratterizzato da un andamento meno favorevole dei prezzi energetici determinerebbe una crescita del Pil più bassa di 0,2 punti percentuali nel 2027 e di 0,1 punti nel 2028 rispetto allo scenario di base.

Il Consiglio dei ministri ha inoltre approvato una richiesta di flessibilità di bilancio legata all’energia e alla difesa.

Per il capitolo energetico, la relazione al Parlamento prevede circa 14,4 miliardi di euro nel biennio 2027-2028, destinati a interventi per famiglie, studenti, imprese, pubbliche amministrazioni e infrastrutture.

Tra le ipotesi indicate figurano sostegni all’utilizzo del trasporto pubblico da parte degli studenti, interventi per le imprese maggiormente esposte ai costi dell’energia, incentivi alla produzione da fonti rinnovabili e un nuovo meccanismo di “energy release”.

La richiesta complessiva di flessibilità approvata dal governo riguarda circa 14 miliardi sia nel 2027 sia nel 2028, comprendendo sia il capitolo energetico sia quello della difesa.

Il quadro che emerge dai dati di settembre è quindi quello di una nuova fiammata inflazionistica guidata principalmente dall’energia.

L’Istat certifica un’inflazione generale del 4,2%, ma quella di fondo — che esclude energia e alimentari freschi — rimane molto più contenuta, all’1,7%. Questo mostra come lo shock attuale sia ancora fortemente concentrato sulle componenti energetiche, anche se cominciano a emergere effetti su alimentari non lavorati e servizi.

Per famiglie e imprese il vero banco di prova saranno ora ottobre e l’inizio dell’inverno. Il price cap sta contribuendo a ridurre i prezzi dei carburanti rispetto ai massimi raggiunti a settembre, ma non elimina il divario con il 2025.

E con l’accensione dei riscaldamenti, il peso economico della crisi potrebbe spostarsi progressivamente dalle pompe di benzina alle bollette domestiche e ai costi energetici delle aziende, rendendo l’andamento delle quotazioni internazionali una delle principali incognite per l’economia italiana negli ultimi mesi del 2026.