
La Commissione europea sarebbe orientata ad aprire a una certa flessibilità sulle spese per l’energia, ma soltanto per quanto riguarda gli investimenti e non i sussidi. È quanto trapela da Bruxelles, dove sono in corso valutazioni serrate in vista del pacchetto di Primavera del Semestre europeo, atteso mercoledì. L’obiettivo sarebbe quello di dare un primo segnale alla richiesta avanzata dall’Italia per fronteggiare il caro-energia.
Secondo le indiscrezioni, l’apertura potrebbe arrivare all’interno della clausola di salvaguardia già prevista per gli investimenti nella difesa, che consente una deroga temporanea al Patto di stabilità. In questo quadro, Bruxelles potrebbe includere anche alcuni investimenti energetici, rispondendo almeno in parte alle sollecitazioni del governo italiano.
La linea della Commissione, però, appare chiara: privilegiare gli interventi strutturali rispetto agli aiuti generalizzati. In sostanza, l’Unione europea sarebbe disponibile a considerare margini di flessibilità per finanziare investimenti capaci di rafforzare il sistema energetico, ma non per sostenere misure di spesa corrente o sussidi diffusi contro il caro-bollette.
Il commissario europeo Valdis Dombrovskis ha ribadito che eventuali misure contro l’aumento dei prezzi dell’energia devono essere “temporanee e mirate”. Secondo Bruxelles, infatti, la crisi energetica è uno shock dell’offerta e non può essere affrontata stimolando la domanda. Allo stesso tempo, resta centrale il tema della sostenibilità dei conti pubblici.
Tra le ipotesi circolate nelle ultime settimane c’era anche quella di una linea di credito specifica per l’energia, distinta dalla possibilità già indicata dalla Commissione di riprogrammare i fondi di Coesione. Non è però ancora chiaro se questa proposta sarà effettivamente confermata. La presidente Ursula von der Leyen aveva ricordato a fine aprile che nei diversi programmi europei sono disponibili circa 300 miliardi di euro per investimenti energetici, di cui 95 miliardi non ancora utilizzati. Si tratta in larga parte di prestiti del Recovery, fondi di Coesione e risorse del Modernisation Fund, quest’ultimo però non accessibile all’Italia perché destinato ai Paesi con un Pil pro capite inferiore al 75% della media europea nel periodo di riferimento.
Parallelamente, resta aperto il fronte del Semestre europeo e della procedura per deficit eccessivo. Per l’Italia dovrebbe essere confermata la procedura, alla luce di un deficit previsto al 3,1% del Pil nel 2025. Eventuali revisioni migliorative saranno valutate in autunno, quando saranno disponibili nuovi dati.
Nel pacchetto europeo, che avrà un focus generale su competitività, mercato unico e transizione, dovrebbe essere confermata anche la raccomandazione all’Italia di proseguire nel consolidamento dei conti pubblici e di rispettare il percorso di rientro concordato con il Consiglio il 21 gennaio 2025. Tale percorso stabilisce, anno per anno, un limite massimo alla crescita della spesa pubblica netta: per il 2025 il tetto è fissato all’1,3%, mentre nel 2026 dovrebbe salire all’1,6%, in una traiettoria gradualmente meno restrittiva man mano che il deficit si avvicina alla soglia del 3%.
Secondo i dati del Documento di finanza pubblica, tuttavia, nel 2025 la spesa netta italiana sarebbe cresciuta dell’1,9%, superando quindi il limite concordato. La Commissione dovrà valutare lo scostamento, tenendo però conto anche dell’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, che le regole europee consentono in parte di sottrarre dal calcolo.
Il superamento del limite non comporta comunque conseguenze automatiche. Le nuove regole prevedono un “conto di controllo”, il cosiddetto control account, che registra gli scostamenti rispetto al percorso concordato. Una deviazione superiore allo 0,3% del Pil su base annua o allo 0,6% in termini cumulati può portare a un esame formale della situazione. Tuttavia, come precisano fonti europee, non esiste alcun automatismo: la Commissione dovrà valutare se il Paese ha adottato misure efficaci per rispettare il percorso di aggiustamento.
Per l’Italia, dunque, il dossier resta doppio: da un lato la possibilità di ottenere margini di flessibilità sugli investimenti energetici, dall’altro la necessità di mantenere credibilità sul fronte dei conti pubblici. Bruxelles sembra pronta ad aprire uno spiraglio, ma entro confini ben definiti: investimenti sì, sussidi no, e sempre nel rispetto del percorso di rientro del deficit.









