La guerra nel Golfo si conferma più complessa del previsto per gli Stati Uniti, nonostante la retorica ottimistica dell’amministrazione americana. La giornata segna un punto di svolta: per la prima volta dall’inizio del conflitto, un caccia statunitense è stato abbattuto dalla difesa aerea iraniana.
Secondo fonti americane, si tratterebbe di un F-15E con due piloti a bordo. Uno dei due è stato recuperato e soccorso, mentre resta ignota la sorte dell’altro. Media iraniani parlano di una possibile cattura da parte delle Guardie Rivoluzionarie, ma la notizia non è confermata. Le operazioni di ricerca e salvataggio hanno coinvolto anche velivoli militari e sono state facilitate dalla temporanea sospensione dei raid israeliani.
Teheran rivendica l’abbattimento come un successo strategico, sottolineando la capacità del proprio sistema difensivo. Nonostante oltre un mese di guerra, l’Iran mantiene infatti un arsenale significativo: circa metà dei lanciatori missilistici sarebbe ancora operativo, insieme a migliaia di droni. Secondo fonti di intelligence statunitensi, questa capacità consente al Paese di minacciare seriamente la stabilità regionale, in particolare nello Stretto di Hormuz.
Parallelamente, emergono notizie contrastanti su un secondo velivolo americano: un A-10 sarebbe precipitato nel Golfo Persico, con il pilota tratto in salvo. Anche in questo caso, l’Iran sostiene di aver contribuito all’abbattimento.
Sul fronte libanese, la situazione resta critica. Un’esplosione ha ferito tre caschi blu indonesiani della missione Unifil, due dei quali in modo grave. L’episodio si inserisce in un’escalation che ha già causato vittime tra i contingenti internazionali e danni anche alle basi italiane.
Sul piano diplomatico, non si registrano progressi. L’Iran avrebbe respinto una proposta statunitense di tregua di 48 ore, preferendo continuare le operazioni militari. Anche i tentativi di mediazione internazionale restano in stallo, nonostante i contatti tra Russia, Turchia e altri attori regionali per un cessate il fuoco immediato.
Il conflitto, dunque, entra in una fase sempre più delicata, con segnali di escalation militare e un dialogo politico ancora lontano da una soluzione.










