Rispettare gli impegni assunti con la Nato senza compromettere l’equilibrio dei bilanci nazionali. È questo il dilemma che molti Paesi dell’Alleanza atlantica si trovano ad affrontare alla vigilia del vertice di Ankara, in un clima segnato dalla pressione degli Stati Uniti e dal timore di nuove critiche da parte del presidente Donald Trump.
Durante il summit, la Nato dovrebbe rendere noti i nuovi dati sulle spese per la difesa dei Paesi alleati. Sarà quello il momento in cui emergerà con chiarezza chi ha realmente accelerato sul rafforzamento militare, come richiesto dal nuovo corso della Casa Bianca.
Per il segretario generale della Nato, Mark Rutte, si tratta di “riequilibrare” un rapporto considerato troppo sbilanciato a favore di Washington. Per molti Stati europei, però, soprattutto quelli con conti pubblici fragili e con opinioni pubbliche meno sensibili al tema della difesa e alla guerra in Ucraina, raggiungere i nuovi obiettivi rappresenta una sfida complessa.
Già il traguardo del 2% del Pil destinato alla difesa, fissato nel 2014, era stato difficile da rispettare per diversi Paesi. Ora la situazione si complica ulteriormente con i nuovi target stabiliti al vertice dell’Aja dello scorso anno: un impegno complessivo pari al 5% del Pil, suddiviso tra il 3,5% per la difesa in senso stretto e l’1,5% per investimenti collegati alla sicurezza, come cyberdifesa, infrastrutture e mobilità militare.
L’obiettivo dovrebbe essere raggiunto nell’arco di dieci anni, ma Trump vorrebbe vedere fin da subito un’accelerazione concreta. Rutte ha rivendicato un aumento del 20% delle spese per la difesa in un solo anno da parte degli alleati europei e del Canada, definendolo un cambio di passo storico verso una maggiore assunzione di responsabilità da parte dell’Europa.
In testa alla classifica Nato per spesa militare in rapporto al Pil c’è la Polonia, che nel 2025 destina alla difesa il 4,7% della propria economia. Seguono Estonia e Stati Uniti, entrambe al 3,4%, poi Lettonia al 3,2% e Grecia e Lituania al 3,1%. Sono questi i Paesi che oggi si avvicinano maggiormente al nuovo obiettivo del 3,5% per la difesa “core”.
Nella fascia intermedia si trovano Finlandia, Danimarca, Regno Unito, Romania, Svezia, Norvegia, Ungheria, Germania, Francia e Repubblica Ceca, con percentuali comprese tra il 2,1% e il 2,5% del Pil.
Più indietro restano diversi alleati fermi intorno al 2%, cioè il precedente obiettivo Nato. Tra questi figurano Italia, Belgio, Canada, Paesi Bassi, Portogallo, Croazia, Slovacchia, Slovenia, Turchia, Lussemburgo, Albania e Bulgaria. Caso particolare è quello della Spagna, che lo scorso anno ha ottenuto una formulazione specifica, sostenendo di poter raggiungere gli obiettivi di capacità assegnati spendendo circa il 2,1% del Pil, senza arrivare al nuovo target del 5%.
Nella conferenza prevertice ad Ankara, Rutte ha citato espressamente Italia, Spagna, Belgio e Canada, ricordando che lo scorso anno tutti hanno raggiunto il 2%. Secondo il segretario generale, il risultato è stato favorito dalla guerra in Ucraina e dalla minaccia russa, ma anche dal cosiddetto “fattore Trump”, che avrebbe spinto gli alleati ad aumentare gli sforzi.
Le nuove stime potrebbero modificare il quadro anche per l’Italia. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni si presenterà al vertice con una quota pari al 2,8% del Pil investita in difesa e sicurezza, grazie a un aumento dello 0,71%. Una crescita garantita però soprattutto dalle spese collegate alla sicurezza interna del Paese.
Il vertice di Ankara si annuncia dunque come un passaggio delicato per l’Alleanza atlantica. Sul tavolo non ci sono solo i numeri della spesa militare, ma anche il futuro equilibrio tra Stati Uniti ed Europa, la tenuta politica interna dei governi alleati e la capacità della Nato di rispondere alle nuove sfide di sicurezza.










