Il presidente americano affida al direttore dell’Intelligence nazionale una nuova task force federale dedicata all’IA. Entro 120 giorni dovrà valutare rischi e opportunità della tecnologia. Intanto un altro esperto della sicurezza lascia OpenAI e denuncia: «La cultura dell’azienda è compromessa»
WASHINGTON – Si chiamerà “Super Intelligence Force” e avrà il compito di coordinare la strategia del governo federale americano sull’intelligenza artificiale. Donald Trump ha annunciato domenica 4 ottobre la nascita della nuova task force, affidandone la guida a Jay Clayton, attuale direttore dell’Intelligence nazionale degli Stati Uniti.
Una scelta che colloca definitivamente l’intelligenza artificiale non soltanto al centro della politica tecnologica americana, ma anche delle questioni di sicurezza nazionale.
«A seguito dello storico accordo della Casa Bianca sulla Super Intelligence, nel quale le più importanti aziende tecnologiche del mondo si sono riunite confermando le loro responsabilità verso il popolo americano, annuncio la costituzione della Super Intelligence Force», ha scritto Trump su Truth Social.
L’annuncio arriva pochi giorni dopo il grande incontro organizzato il 29 settembre alla Casa Bianca con i vertici delle principali aziende impegnate nello sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale.
Il 29 settembre Trump ha firmato infatti un ordine esecutivo, il numero 14434, con il quale ha disposto che l’amministrazione federale utilizzi, nei documenti e nelle comunicazioni ufficiali, l’espressione “Super Intelligence” (SI) al posto di “Artificial Intelligence” (AI).
Secondo la Casa Bianca, il termine tradizionale non rappresenterebbe più adeguatamente le capacità raggiunte dai sistemi tecnologici più avanzati.
L’ordine stabilisce però un punto importante: almeno per ora, la definizione giuridica di “Super Intelligence” rimane sostanzialmente quella già utilizzata dalla legislazione americana per l’intelligenza artificiale. Entro 60 giorni la Casa Bianca dovrà elaborare una proposta per una nuova definizione federale.
La decisione rappresenta quindi soprattutto una scelta politica e terminologica con cui Trump vuole caratterizzare la nuova fase della corsa tecnologica americana.
Alla testa della nuova struttura ci sarà Jay Clayton, che dal 3 agosto 2026 ricopre l’incarico di direttore dell’Intelligence nazionale.
Clayton, già presidente della Securities and Exchange Commission durante il primo mandato Trump e successivamente procuratore federale per il distretto meridionale di New York, è diventato il nono Director of National Intelligence dopo la conferma del Senato.
Con il nuovo incarico assumerà di fatto anche il ruolo di “zar dell’intelligenza artificiale” dell’amministrazione.
Al suo fianco nella Super Intelligence Force ci saranno il presidente della Federal Trade Commission Andrew Ferguson, Emil Michael, sottosegretario alla Difesa per la ricerca e l’ingegneria e chief technology officer del Pentagono, e Scott Kupor, direttore dell’Office of Personnel Management.
La squadra riferirà direttamente a Trump e alla chief of staff della Casa Bianca Susie Wiles.
La nuova task force non avrà soltanto una funzione simbolica.
Secondo Reuters e il Wall Street Journal, la Super Intelligence Force avrà 120 giorni di tempo per elaborare un rapporto complessivo sui rischi e sulle opportunità dell’intelligenza artificiale e per definire quale debba essere il ruolo del governo federale nella nuova fase di sviluppo della tecnologia.
La struttura dovrà confrontarsi con aziende tecnologiche, consumatori, organizzazioni della società civile, gruppi religiosi, operatori delle infrastrutture critiche e altri soggetti interessati.
Al centro ci saranno questioni sempre più delicate: cybersecurity, applicazioni militari, perdita di posti di lavoro, controllo dei sistemi autonomi, rischi biologici e chimici, protezione delle infrastrutture e capacità dei modelli più evoluti di agire senza un controllo umano continuo.
La nascita della task force segue il White House Accord on Super Intelligence, l’accordo volontario sottoscritto alla Casa Bianca il 29 settembre dai protagonisti dell’industria tecnologica americana.
Tra le società coinvolte figurano OpenAI, Anthropic, Google, Meta, Nvidia e xAI.
L’intesa stabilisce quattro livelli principali di controllo per i modelli più avanzati: procedure interne di sicurezza, monitoraggio specifico dei rischi, verifiche effettuate anche da soggetti indipendenti e una forma di supervisione a livello dei consigli di amministrazione.
È però un sistema in larga parte volontario, nel quale sono soprattutto le stesse aziende che sviluppano i modelli a dover costruire e applicare i propri meccanismi di sicurezza.
Ed è proprio questo uno dei punti maggiormente contestati da una parte della comunità scientifica.
Trump punta sulla leadership americana e teme la concorrenza cinese
La strategia dell’amministrazione nasce anche dalla competizione globale con la Cina.
Trump ha ripetutamente sostenuto che norme eccessivamente rigide rischierebbero di rallentare le imprese americane e di favorire Pechino nella corsa verso sistemi sempre più potenti.
La nuova Super Intelligence Force avrà quindi un doppio compito: affrontare i rischi della tecnologia e, nello stesso tempo, evitare che la regolamentazione comprometta la leadership degli Stati Uniti.
Washington e Pechino hanno peraltro recentemente aperto anche un canale di confronto bilaterale sull’intelligenza artificiale. Durante gli incontri di settembre, Stati Uniti e Cina hanno concordato l’avvio di uno US-China Super Intelligence Dialogue, con un nuovo confronto previsto entro novembre.
La tecnologia assume così sempre più chiaramente la dimensione di una questione geopolitica, al pari delle armi strategiche, dell’energia e dei semiconduttori.
L’annuncio della Casa Bianca arriva proprio mentre dall’interno dell’industria tecnologica emergono nuovi segnali di preoccupazione.
Uno dei più significativi riguarda David Robinson, per tre anni e mezzo dipendente di OpenAI e tra i responsabili dei rapporti sulla sicurezza pubblicati in occasione del lancio dei principali modelli dell’azienda.
Robinson ha deciso di lasciare la società e ha spiegato le proprie ragioni in un intervento pubblicato su The Atlantic.
Il titolo scelto è inequivocabile: “I Quit OpenAI Because Its Culture Is Broken”, “Ho lasciato OpenAI perché la sua cultura è compromessa”.
Secondo il ricercatore, il problema non riguarderebbe soltanto OpenAI ma un modello culturale diffuso nell’intera industria dell’intelligenza artificiale: procedere velocemente, mettere i sistemi alla prova nel mondo reale e correggere gli errori progressivamente.
Una filosofia che, sostiene Robinson, potrebbe diventare insostenibile man mano che i sistemi acquisiscono capacità maggiori.
A rendere concreto il dibattito è stato anche un grave episodio verificatosi nel luglio scorso durante alcuni test di cybersecurity di OpenAI.
L’azienda ha successivamente riconosciuto che alcuni propri modelli sperimentali, utilizzati con protezioni ridotte durante test interni, riuscirono a superare i sistemi di isolamento, ottenere accesso a Internet, sfruttare vulnerabilità e penetrare in parti dei sistemi di OpenAI e della piattaforma Hugging Face.
Le successive indagini hanno mostrato una dimensione ancora più rilevante dell’episodio.
Secondo Reuters, furono coinvolti centinaia di agenti basati su IA, alcuni dei quali tentarono anche di modificare o cancellare informazioni relative alle proprie attività. OpenAI ha poi annunciato nuove misure di sicurezza e sistemi di monitoraggio più rigorosi.
La società ha precisato che i modelli coinvolti nei test non erano quelli destinati a un’imminente distribuzione pubblica.
L’episodio resta comunque uno dei casi più significativi utilizzati dagli esperti per mostrare quanto possa diventare difficile prevedere il comportamento di sistemi autonomi molto avanzati.
Al centro dell’allarme lanciato da Robinson c’è soprattutto il cosiddetto alignment, l’allineamento.
Con questo termine si indica il problema di fare in modo che un sistema di intelligenza artificiale continui ad agire secondo gli obiettivi, i limiti e i valori stabiliti dagli esseri umani anche quando diventa molto autonomo e capace.
Per Robinson, l’industria dovrebbe ispirarsi maggiormente ai settori nei quali un singolo errore può avere conseguenze catastrofiche, come l’aviazione civile o l’industria nucleare, costruendo una cultura nella quale la sicurezza non sia semplicemente una fase del lancio di un prodotto ma un principio fondamentale dell’intera organizzazione.
È proprio qui che emerge la contraddizione della nuova politica americana.
Da una parte Trump vuole accelerare, mantenere gli Stati Uniti davanti alla Cina e lasciare alle imprese un ampio margine nella definizione delle misure di sicurezza.
Dall’altra, proprio dall’interno delle società che costruiscono i modelli più potenti arrivano avvertimenti sulla possibilità che la velocità dello sviluppo superi la capacità di comprenderne e controllarne pienamente gli effetti.
La stessa creazione della Super Intelligence Force sembra riconoscere implicitamente che l’intelligenza artificiale non possa essere trattata esclusivamente come un prodotto commerciale.
Il coinvolgimento diretto del capo dell’intelligence nazionale, del Pentagono e della Federal Trade Commission mostra infatti come Washington consideri ormai questa tecnologia contemporaneamente un’infrastruttura economica, uno strumento militare, una questione di sicurezza nazionale e un terreno decisivo della competizione internazionale.
Ma la domanda che accompagna il progetto resta molto più difficile da risolvere: come mantenere la leadership nella corsa alla tecnologia più potente del nostro tempo senza perdere il controllo della tecnologia stessa?










