WASHINGTON – Il Pentagono ha deciso di prorogare fino al 2027 la permanenza delle forze americane in Medio Oriente, lasciando al presidente Donald Trump maggiore margine di manovra nella gestione della crisi con l’Iran.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, Trump starebbe valutando anche la possibilità di dichiarare conclusa la guerra, ma il mantenimento di circa 50mila militari statunitensi nell’area del Golfo consentirebbe agli Stati Uniti di continuare a esercitare pressione su Teheran e, allo stesso tempo, di essere pronti a un’eventuale nuova escalation.

La Casa Bianca continua a puntare soprattutto sulla pressione economica, nella convinzione che le difficoltà interne possano spingere il governo iraniano a fare concessioni sul programma nucleare. Finora, tuttavia, Teheran non avrebbe mostrato segnali di cedimento e sarebbero proseguiti gli attacchi contro basi americane in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti.

Resta inoltre elevata la tensione nelle acque del Golfo e nelle aree strategiche per il traffico marittimo internazionale. Il dossier sullo Stretto di Hormuz sarebbe stato al centro di un recente incontro in Sardegna tra il consigliere per la sicurezza di Abu Dhabi e Steve Witkoff, inviato di Trump. Washington considera essenziale mantenere aperto il passaggio, anche per evitare ulteriori aumenti del prezzo del petrolio.

Proprio l’andamento del greggio rappresenta uno dei fattori che frenerebbero, almeno per il momento, un’ulteriore escalation militare. Un’impennata dei prezzi potrebbe infatti avere conseguenze sull’economia americana e pesare sui repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. Dopo il voto, tuttavia, sul tavolo resterebbero diverse opzioni, compresa una ripresa su larga scala degli attacchi.

Il capo del Pentagono Pete Hegseth ha quindi disposto il prolungamento del dispiegamento delle forze statunitensi affinché siano pronte a intervenire sia in uno scenario di guerra sia in eventuali operazioni di stabilizzazione.

La decisione ha però suscitato polemiche per i costi dell’operazione e per il forte stress imposto ai militari. Emblematico il caso della portaerei USS Abraham Lincoln: dopo una lunghissima missione nell’area mediorientale, circa 5mila marinai sono sbarcati in Thailandia dopo 286 giorni trascorsi in mare, sollevando interrogativi sulle conseguenze psicologiche e sulle difficili condizioni di vita a bordo.

A preoccupare sono anche le scorte americane di armi e munizioni, che secondo alcune indiscrezioni sarebbero state fortemente ridotte. Trump ha però respinto gli allarmi, assicurando che gli Stati Uniti dispongono di grandi quantità di munizioni e che la produzione sta procedendo a ritmi elevati.

Il presidente ha inoltre annunciato che, per il momento, le nuove forniture resteranno negli Stati Uniti, mentre le vendite agli alleati dovrebbero riprendere successivamente. Trump è tornato anche ad attaccare l’amministrazione Biden per gli aiuti militari concessi all’Ucraina, sostenendo che Washington avrebbe ceduto a Kiev quantità eccessive di armamenti.

Le rassicurazioni della Casa Bianca non sembrano però spegnere le critiche per un conflitto che, secondo il testo, continua a pesare sul consenso interno e sulla campagna repubblicana per le elezioni di metà mandato. La convention prevista a Dallas la prossima settimana dovrebbe infatti concentrarsi prevalentemente sui temi interni, lasciando in secondo piano la guerra e la crisi mediorientale.