Si aggrava ulteriormente il conflitto tra Stati Uniti e Iran, dopo una nuova serie di raid condotti dalle forze americane nell’area dello Stretto di Hormuz. Teheran ha reagito annunciando una “operazione decisiva” contro obiettivi statunitensi, facendo salire ancora la tensione nella regione del Golfo Persico.
Secondo la televisione di Stato iraniana, diverse esplosioni sono state udite sull’isola di Qeshm e nell’area dello Stretto, mentre altri attacchi avrebbero interessato la provincia sud-orientale del Sistan-Baluchistan.
I bombardamenti hanno provocato anche vittime civili. La Mezzaluna Rossa iraniana ha riferito di almeno quattro morti, tra cui un bambino, e una cinquantina di feriti a Kuhestak, nella provincia di Hormozgan. Alcune schegge avrebbero colpito un’abitazione dove era in corso una festa di nozze. Tra gli obiettivi dei raid americani anche l’aeroporto di Jiroft, nella provincia di Kerman.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha definito gli attacchi “massicci e potenti”, sostenendo che si tratta di una risposta al presunto tentativo iraniano di collocare mine navali nello Stretto di Hormuz e al lancio di otto missili contro una base militare statunitense in Giordania, tutti intercettati.
Trump ha inoltre avvertito Teheran che un’eventuale ulteriore rappresaglia provocherebbe una risposta americana ancora più dura, arrivando a dichiarare che l’Iran rischierebbe di essere “completamente annientato”.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. I Guardiani della Rivoluzione hanno affermato che Washington “si pentirà” dei nuovi raid e hanno annunciato un attacco balistico contro Camp Titin, installazione militare statunitense nei pressi di Aqaba, in Giordania. Teheran ha rivendicato la distruzione di strutture ed elicotteri e la morte di militari americani.
La versione iraniana è stata però smentita da funzionari statunitensi, secondo i quali non risultano al momento vittime americane negli attacchi contro le installazioni in Giordania.
Sul piano internazionale, l’Iran continua intanto a cercare il sostegno di Russia e Cina. A sei mesi dall’attacco israelo-americano che ha segnato l’inizio della guerra nel Golfo Persico, il presidente iraniano Massud Pezeshkian ha incontrato Vladimir Putin e Xi Jinping.
Putin ha ribadito la volontà di mantenere saldi i rapporti con Teheran sulla base del partenariato strategico tra i due Paesi, assicurando alla Repubblica islamica “l’aiuto necessario” nell’attuale fase di crisi. Secondo quanto riportato dal Financial Times, la cooperazione tra Mosca e Teheran comprenderebbe anche un programma segreto per lo sviluppo di missili da crociera supersonici avanzati.
Parallelamente, l’Iran continua però a indicare la diplomazia come possibile via d’uscita dal conflitto. Al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai a Bishkek, Pezeshkian ha dichiarato che Teheran è pronta a rispettare gli impegni previsti dal Memorandum d’intesa firmato a giugno, a condizione che gli Stati Uniti facciano altrettanto.
Anche il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif ha indicato l’accordo, raggiunto grazie alla mediazione di Islamabad, come la strada più concreta verso una pace duratura.
Teheran accusa tuttavia Washington di aver compromesso più volte il percorso negoziale attraverso una politica basata su pressioni e minacce. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha quindi ribadito che, per arrivare alla fine della guerra, gli Stati Uniti dovranno tornare a rispettare gli impegni assunti nell’intesa di Islamabad.
La nuova ondata di raid e rappresaglie conferma comunque quanto resti fragile la prospettiva diplomatica, mentre lo Stretto di Hormuz continua a rappresentare uno dei punti più delicati della crisi internazionale.










