In Venezuela resta viva la speranza di un nuovo salvataggio tra le macerie provocate dai terremoti del 24 giugno. Il capo della polizia dello Stato di La Guaira, Gustavo Romero Matamoros, sarebbe ancora vivo sotto i resti del condominio Oasis Beach di Catia La Mar, crollato durante le scosse.
Secondo quanto riferito dai soccorritori e riportato dai media locali, Romero è intrappolato da nove giorni, ma nelle ultime ore sarebbe riuscito a ristabilire un contatto con le squadre di ricerca. Le operazioni sono state immediatamente intensificate, mentre l’intero Paese segue con apprensione l’evolversi della vicenda.
La notizia arriva dopo il salvataggio di Hernan Gil, che aveva acceso la speranza di altri miracoli. Ma nelle stesse ore il Venezuela ha dovuto fare i conti con la tragica morte di Fabio, un bambino di nove anni rimasto intrappolato sotto le macerie dell’edificio Tahiti, un palazzo di 12 piani crollato a Caraballeda. Per giorni i soccorritori hanno lavorato senza sosta per raggiungerlo, ma alla fine sono stati costretti a fermarsi: non sono stati più rilevati segnali di vita, nonostante l’utilizzo di sonar e georadar.
I soccorsi erano arrivati a pochi metri dal piccolo. Sei metri di cemento separavano ancora le squadre dal bambino, che sarebbe rimasto vivo fino a poche ore prima. Accanto ai soccorritori ha vegliato a lungo anche il padre, Francisco, marittimo di professione, che sui social aveva raccontato di essere riuscito a parlare con il figlio. Fabio era molto debole, ma ancora determinato a resistere.
Ora l’attenzione si concentra su Gustavo Romero Matamoros. In alcuni video diffusi sui social e rilanciati dai media locali, un soccorritore spiega alla moglie dell’uomo che Romero avrebbe una mano schiacciata e difficoltà a muovere un braccio. Proprio per questo starebbe comunicando con i soccorritori attraverso colpi in codice Morse. La donna, via radio, gli ha inviato un messaggio carico di emozione: “Amore, sappiamo dove sei, i soccorritori stanno arrivando da te. Ti prego, resisti”.
Nel frattempo, cresce la rabbia dei familiari delle persone ancora disperse. Sui social è diventato virale l’appello di Paola Lauret, che chiede l’arrivo di mezzi adeguati per rimuovere i blocchi di cemento più pesanti. La giovane sostiene che sotto le macerie del complesso residenziale Caribe, sempre a Caraballeda, ci siano ancora persone vive, tra cui i suoi genitori, ma che manchino gru e attrezzature sufficienti per accelerare gli interventi.
Diversi reporter presenti sul posto hanno denunciato difficoltà operative, parlando anche di escavatrici ferme per mancanza di carburante e di sopravvissuti costretti a scavare con le mani per cercare amici e familiari. Accuse respinte con fermezza da Delcy Rodriguez, presidente ad interim, che in conferenza stampa ha difeso l’operato delle istituzioni.
Rodriguez ha assicurato che la risposta dello Stato è stata “immediata e coordinata” fin dalle prime ore successive al sisma. Ha spiegato di aver chiesto aiuto all’Onu già la sera stessa della tragedia e ha riferito che il numero di poliziotti e militari impiegati nei soccorsi è cresciuto rapidamente, fino a raggiungere le 19mila unità.
Secondo la presidente ad interim, i ritardi iniziali sarebbero stati causati dai gravi danni alle infrastrutture di trasporto e agli aeroporti, che avrebbero rallentato l’arrivo delle prime squadre specializzate. Rodriguez ha poi respinto le critiche, definendole tentativi di politicizzare una crisi umanitaria.
Tra dolore, polemiche e speranze appese a un filo, il Venezuela continua a scavare. Dopo la morte del piccolo Fabio, il Paese ora guarda a Catia La Mar, dove Gustavo Romero Matamoros resiste ancora sotto le macerie. La speranza è che, dopo nove giorni di buio, possa arrivare un altro salvataggio.










