Continua ad aggravarsi il bilancio della devastante alluvione e delle frane che hanno colpito il confine tra Nepal e Tibet, cancellando strade e ponti, trascinando via abitazioni e isolando intere comunità. Secondo gli ultimi dati disponibili, le vittime sono almeno 584, mentre oltre 2.400 persone risultano ancora disperse, tra cui più di 600 cittadini stranieri. Fra questi figurano anche tre italiani: Marco Ratto, 50 anni, di Rapallo, e una coppia italo-svizzera.

Particolarmente critica resta la situazione nel distretto nepalese di Rasuwa, dove più di cento persone sono ancora intrappolate all’interno del tunnel dell’Upper Trishuli Hydropower Project. L’esercito nepalese è riuscito a mettere in salvo 350 lavoratori e residenti, ma le operazioni proseguono tra forti difficoltà dovute al maltempo e all’elevata portata del fiume Bhotekoshi.

A preoccupare è anche il rischio di nuove inondazioni. Due laghi di sbarramento si sono formati a monte dell’area colpita dopo il collasso glaciale e le frane successive. Uno dei bacini ha già iniziato a tracimare, provocando un aumento del livello del fiume e costringendo le autorità a mantenere alta l’allerta.

Sul posto sono impegnati centinaia di soccorritori, mezzi e droni. Anche sul versante cinese le operazioni erano state temporaneamente sospese per il pericolo di nuove piene, prima di riprendere una volta considerate gestibili le condizioni.

La situazione ha mobilitato anche la diplomazia internazionale. Il presidente cinese Xi Jinping ha presieduto una riunione del Politburo dedicata alla gestione dell’emergenza e ha assicurato al Nepal la disponibilità di Pechino a fornire assistenza e aiuti. Kathmandu, tuttavia, ha fatto sapere di non ritenere per ora necessario l’impiego di squadre straniere di ricerca e soccorso.

A Kathmandu è intanto arrivata una task force dell’Unità di Crisi della Farnesina, insieme al personale dell’Ambasciata italiana a New Delhi, con l’obiettivo di rafforzare l’assistenza ai connazionali e acquisire informazioni sui tre italiani ancora dispersi.

Gli aiuti internazionali continuano comunque ad arrivare. L’Unione europea ha stanziato 2 milioni di euro per sostenere le comunità colpite con cibo, assistenza sanitaria, acqua potabile e servizi essenziali, mentre la Cei ha messo a disposizione 500mila euro.

Secondo gli esperti, la tragedia rappresenta inoltre un nuovo segnale dei rischi legati al riscaldamento globale nelle regioni di alta quota. Lo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost nell’Himalaya potrebbe infatti aver contribuito all’instabilità che ha favorito il crollo glaciale e le successive frane.