ROMA – Il gasolio torna a correre dopo la fine dello sconto fiscale e raggiunge una media nazionale di 2,261 euro al litro in modalità self service. Il governo osserva l’andamento dei prezzi e non esclude un nuovo intervento attraverso il meccanismo delle accise mobili, mentre le compagnie petrolifere sono chiamate a mantenere efficaci i tetti introdotti nelle ultime settimane. Sullo sfondo resta una crisi energetica internazionale che sta spingendo anche l’Europa e l’Agenzia internazionale dell’Energia a studiare nuove contromisure.

I dati dell’Osservatorio prezzi carburanti del ministero delle Imprese e del Made in Italy fotografano una giornata a due velocità: mercoledì 7 ottobre la benzina self sulla rete stradale nazionale è scesa a 2,040 euro al litro, dai 2,043 del giorno precedente, mentre il diesel è salito da 2,244 a 2,261 euro. In autostrada le medie sono pari a 2,051 euro per la benzina e 2,287 euro per il gasolio.

L’aumento del diesel arriva subito dopo la scadenza dello sconto fiscale di 6,1 centesimi al litro, terminato nella notte tra il 5 e il 6 ottobre. La misura aveva contribuito per mesi a contenere il costo alla pompa, ma con il suo venir meno l’accisa è tornata a incidere pienamente sul prezzo finale.

Il diesel torna a salire dopo la fine dello sconto

L’effetto della maggiore tassazione è stato rapidamente recepito dai principali operatori. Eni, IP, Q8 e Tamoil hanno adeguato verso l’alto i rispettivi tetti commerciali sul gasolio.

Secondo Staffetta Quotidiana, IP e Q8 hanno portato i propri limiti rispettivamente attorno a 2,250 e 2,254 euro al litro, dopo l’incremento dell’accisa di cinque centesimi, che diventa circa sei centesimi considerando anche l’Iva.

Per Eni il price cap sul diesel era inizialmente salito da 2,19 a 2,25 euro al litro, mentre quello sulla benzina era rimasto fermo a 1,99 euro.

Nel corso della giornata, tuttavia, il gruppo italiano ha deciso di invertire parzialmente la rotta, riducendo di quattro centesimi il limite del gasolio e portandolo a 2,21 euro al litro. Staffetta Quotidiana collega la scelta anche al brusco arretramento delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati.

A mantenere elevata la media nazionale contribuiscono soprattutto gli impianti indipendenti, le cosiddette pompe bianche, dove il diesel viene venduto mediamente attorno a 2,28 euro al litro.

Di fronte alla nuova risalita dei prezzi, Palazzo Chigi lascia aperta la possibilità di un ulteriore intervento.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo al termine del vertice Med9 di Spalato, ha spiegato che il governo dispone di circa 170 milioni di euro riferiti al mese di settembre che potrebbero essere utilizzati attraverso il meccanismo delle accise mobili.

L’esecutivo deve però decidere se impiegare subito queste risorse oppure conservarle per una fase successiva, quando potrebbero venire meno le misure commerciali di contenimento adottate dalle compagnie. Meloni ha quindi collegato la decisione anche alla capacità dei price cap di continuare a limitare i rincari.

Il meccanismo delle accise mobili permette, in sostanza, di utilizzare l’aumento del gettito Iva provocato dal rincaro dei prodotti petroliferi per compensare almeno in parte le accise sui carburanti.

Il precedente intervento pubblico di contenimento era in vigore da marzo e, secondo la ricostruzione dell’ANSA, ha comportato per lo Stato un costo complessivo nell’ordine di 4,7 miliardi di euro.

La linea dell’esecutivo è dunque quella di osservare ancora l’effetto dei tetti decisi dalle compagnie prima di utilizzare nuove risorse pubbliche.

Eni ha risposto alle parole della premier assicurando di condividere la necessità di mantenere i prezzi a livelli sostenibili e di voler continuare ad applicare una politica commerciale definita responsabile. Secondo la società, il price cap deve soprattutto impedire che eventuali improvvisi rialzi del mercato internazionale si traducano immediatamente in picchi alla pompa.

La riduzione decisa dalla compagnia italiana sul gasolio rappresenta quindi un primo segnale, anche se il quadro resta legato all’estrema volatilità dei mercati petroliferi.

Il problema ha ormai una dimensione internazionale.

Il 7 ottobre i Paesi membri dell’Agenzia internazionale dell’Energia hanno espresso sostegno all’accelerazione del rilascio delle scorte petrolifere già previsto nell’ambito dell’azione collettiva avviata a marzo, dando priorità, ove possibile, proprio alle riserve di diesel.

Secondo l’IEA, circa 325 milioni di barili sono già stati immessi sul mercato nell’ambito del programma. Il completamento degli impegni ancora non eseguiti potrebbe portarne altri cento milioni.

I Paesi membri dispongono inoltre ancora di circa 1,1 miliardi di barili di riserve petrolifere di emergenza, dei quali oltre 200 milioni sotto forma di diesel. L’Agenzia ha dichiarato di essere pronta a ulteriori rilasci qualora la situazione lo rendesse necessario.

La Francia ha intanto annunciato l’immissione sul mercato di 10 milioni di barili di gasolio provenienti dalle proprie riserve strategiche, nel tentativo di allentare la pressione sull’offerta.

In Europa torna il tema degli extraprofitti

La nuova impennata dell’energia riporta anche al centro del confronto europeo il tema della tassazione dei profitti straordinari delle compagnie energetiche.

L’Irlanda, che esercita la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione europea, ha inserito nuovamente la questione nell’agenda politica. Il tema degli extraprofitti e delle possibili risposte coordinate europee è stato indicato fra gli argomenti sui quali i ministri delle Finanze sono chiamati a confrontarsi.

Il dossier energia resta infatti strettamente collegato al costo della vita, alla competitività dell’industria e alla capacità dei governi di sostenere famiglie e imprese senza compromettere i conti pubblici.

L’Ecofin del 9 ottobre in Lussemburgo arriva così in un momento particolarmente delicato, con la presidenza irlandese impegnata a coordinare la risposta europea alle conseguenze economiche delle tensioni internazionali.

Gli aumenti non incidono soltanto sugli automobilisti.

Il settore del trasporto aereo guarda con preoccupazione al prezzo del jet fuel, mentre le imprese energivore segnalano una crescente difficoltà a mantenere competitivi i propri processi produttivi.

Particolarmente duro l’allarme di Confindustria Ceramica, che definisce il caro energia non più come una semplice emergenza temporanea ma come una condizione strutturale capace di mettere in seria difficoltà il comparto italiano.

La questione diventa così anche politica. La segretaria del Partito democratico Elly Schlein ha criticato la strategia del governo, sostenendo la necessità di intervenire sugli extraprofitti delle società energetiche e di utilizzare nuovamente le accise mobili. Il governo, dal canto suo, punta per ora sulla combinazione tra tetti commerciali e possibile utilizzo dell’extragettito fiscale.

L’impatto sui bilanci familiari è immediato.

Con il diesel a 2,261 euro al litro, un pieno da 50 litri costa circa 113,05 euro. Per la benzina, alla media di 2,040 euro, lo stesso rifornimento richiede circa 102 euro.

Il differenziale fra i due carburanti è quindi salito oltre gli 11 euro su un pieno da 50 litri, un’inversione rispetto a molte fasi del passato nelle quali il gasolio risultava significativamente più conveniente alla pompa.

Il prossimo passaggio dipenderà da tre fattori: l’andamento delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, la reale tenuta dei price cap introdotti dagli operatori e la scelta del governo sui 170 milioni disponibili.

Per il momento, mentre la benzina mostra una lieve flessione, è il diesel a restare sotto pressione. E con una media nazionale ormai oltre i 2,26 euro al litro, il tema carburanti torna pienamente al centro dell’agenda economica italiana ed europea.