Il nuovo rapporto Istat fotografa l’evoluzione del costo della vita in Italia dal 2000 al 2025. Abitazione, energia e trasporti registrano i rincari maggiori, mentre tecnologia e comunicazioni diventano più accessibili. Il confronto con un secolo fa rivela come sia cambiato il potere d’acquisto.
ROMA – Vivere in Italia costa decisamente di più rispetto a venticinque anni fa, ma gli aumenti non hanno interessato tutti i prodotti e i servizi nella stessa misura. A pesare maggiormente sui bilanci delle famiglie sono soprattutto le spese per l’abitazione, le utenze domestiche, gli alimentari e i trasporti, mentre altri settori hanno registrato incrementi contenuti o addirittura una diminuzione dei prezzi.
È quanto emerge dal nuovo rapporto dell’Istat I prezzi al consumo, pubblicato il 13 ottobre 2026 nell’ambito della collana Storie di dati – Le trasformazioni dell’Italia, realizzata in occasione del centenario dell’Istituto nazionale di statistica.
L’analisi ricostruisce l’evoluzione dell’inflazione nel Paese, mettendo a confronto i prezzi di beni e servizi nell’arco di diversi decenni. Il dato più significativo riguarda il periodo compreso tra il 2000 e il 2025, durante il quale l’indice generale dei prezzi al consumo è aumentato complessivamente del 63%.
Dietro questa media nazionale si nascondono però differenze considerevoli, che hanno modificato il peso delle principali voci di spesa nella vita quotidiana degli italiani.
Il settore che ha registrato uno degli aumenti più consistenti è quello dell’abitazione e delle utenze domestiche, con una crescita complessiva dei prezzi pari al 119%.
A incidere maggiormente sono stati i costi dell’energia elettrica, del gas e degli altri servizi legati alla gestione della casa, aumentati del 145% nell’arco di venticinque anni.
Una dinamica ben superiore a quella degli affitti, cresciuti del 51%, quindi leggermente al di sotto dell’inflazione generale.
La differenza evidenzia quanto il costo delle forniture energetiche abbia assunto un’importanza crescente nei consumi delle famiglie.
A determinare questa evoluzione hanno contribuito soprattutto le crisi energetiche internazionali, con forti oscillazioni dei prezzi delle materie prime e ripercussioni sui mercati europei.
Particolarmente significativo è stato lo shock del 2022, quando il rincaro dell’energia ha raggiunto livelli eccezionali, alimentando un aumento generalizzato dei prezzi.
Anche riempire il carrello della spesa è diventato progressivamente più oneroso.
Secondo l’elaborazione dell’Istat, tra il 2000 e il 2025 i prezzi dei prodotti alimentari e delle bevande sono cresciuti complessivamente dell’87%, un incremento sensibilmente superiore a quello dell’indice generale.
Una tendenza che interessa direttamente le spese quotidiane delle famiglie, soprattutto quelle che destinano una parte consistente del proprio reddito all’acquisto di beni essenziali.
Ancora più marcato l’aumento registrato per le bevande alcoliche e i tabacchi, i cui prezzi sono saliti del 115%.
Tra i settori caratterizzati da rincari particolarmente elevati figurano anche i servizi finanziari e assicurativi, cresciuti del 107%.
L’analisi mostra dunque come l’inflazione non abbia modificato soltanto il valore nominale dei prodotti, ma anche la distribuzione delle spese all’interno dei bilanci domestici.
Trasporti, carburanti e turismo: aumenti superiori alla media
Nel periodo considerato, i prezzi dei trasporti sono aumentati complessivamente del 78%, con differenze significative tra le varie componenti.
L’acquisto di automobili ha registrato un incremento del 53%, mentre i servizi di trasporto sono diventati più costosi del 71%.
Il rincaro maggiore riguarda però i carburanti, i cui prezzi sono cresciuti del 147%, uno degli aumenti più elevati tra quelli rilevati.
Il fenomeno riflette l’esposizione del settore alle oscillazioni delle quotazioni petrolifere e alle tensioni dei mercati internazionali.
Anche il turismo ha contribuito a modificare la struttura dei prezzi. I servizi di alloggio e ristorazione hanno registrato un aumento dell’86%, sostenuto dalla crescita della domanda turistica e dall’evoluzione dei costi delle attività ricettive.
Più contenuto, invece, l’incremento dell’abbigliamento, fermatosi al 41%, ben al di sotto della media nazionale.
Tecnologia e comunicazioni in controtendenza: prezzi diminuiti del 58%
Non tutti i settori hanno seguito la stessa direzione.
La riduzione più evidente riguarda i beni e servizi legati all’informazione e alla comunicazione, che nell’arco di venticinque anni hanno registrato una diminuzione dei prezzi del 58%.
Un risultato legato alle trasformazioni tecnologiche, all’innovazione dei processi produttivi e alla concorrenza internazionale, che hanno consentito di offrire numerosi prodotti e servizi a costi progressivamente più contenuti.
Il rapporto evidenzia inoltre aumenti relativamente modesti nei settori dell’istruzione e della sanità.
I prezzi legati all’istruzione sono cresciuti del 25%, mentre quelli relativi alla sanità hanno registrato un incremento del 16%.
È importante precisare che questi dati misurano l’andamento dei prezzi dei servizi rilevati dall’Istat, senza rappresentare necessariamente l’evoluzione della spesa sanitaria complessivamente sostenuta dalle famiglie o il livello di accessibilità alle cure.
Le differenze tra i vari comparti dimostrano come la produttività, l’innovazione e la struttura dei mercati possano incidere profondamente sull’andamento dei prezzi nel lungo periodo.
Cento anni di cambiamenti: cosa si poteva comprare con cinque euro nel 1926
Una delle parti più interessanti del rapporto riguarda il confronto storico tra il potere d’acquisto del 1926 e quello del 2025.
Per rendere comparabili i dati, l’Istat ha utilizzato una somma equivalente a cinque euro del 2025, calcolando le quantità di alcuni prodotti alimentari acquistabili nelle due epoche.
Con l’equivalente di cinque euro, nel 1926 era possibile acquistare circa 5,5 chilogrammi di patate, mentre nel 2025 la quantità si riduce a circa tre chilogrammi.
Una tendenza analoga riguarda la carne bovina: si passa da 340 grammi a circa 230 grammi.
Situazione opposta per lo zucchero, che un secolo fa era un prodotto relativamente costoso. Con la stessa somma se ne potevano acquistare poco più di 700 grammi, contro quasi quattro chilogrammi nel 2025.
Anche la pasta secca di grano duro è diventata relativamente più accessibile: dagli 1,3 chilogrammi acquistabili nel 1926 si arriva a quasi tre chilogrammi nel 2025.
Per le uova, invece, la quantità acquistabile passa da poco più di una confezione da sei a circa due confezioni e mezzo.
Il confronto mostra come lo sviluppo dell’industria alimentare, il miglioramento delle tecniche produttive e la trasformazione dei mercati abbiano modificato profondamente i prezzi relativi dei beni di consumo.
Dal dopoguerra a oggi, i servizi sono rincarati più dei prodotti
Allargando lo sguardo agli ultimi settant’anni, emerge un’altra trasformazione significativa dell’economia italiana.
Tra il 1955 e il 2025 i prezzi dei beni sono aumentati di circa trenta volte, mentre quelli dei servizi sono cresciuti di sessanta volte.
I beni industriali hanno beneficiato dell’automazione, del progresso tecnologico e dell’espansione dei commerci internazionali, fattori che hanno contribuito a contenere i costi di produzione.
Per molti servizi, invece, la possibilità di aumentare la produttività è stata più limitata, rendendo la crescita dei prezzi generalmente più persistente.
L’Istat ricorda inoltre come le crisi petrolifere degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta abbiano rappresentato una fase particolarmente critica per l’inflazione italiana.
Dopo un lungo periodo di maggiore stabilità, il rialzo dei prezzi energetici del 2021 e del 2022 ha riportato il tema del caro vita al centro del dibattito economico.
Nel 2026, inoltre, nuove tensioni internazionali sui mercati dell’energia hanno contribuito a un’ulteriore accelerazione dell’inflazione, tornata a superare il 4% annuo nel mese di settembre.
I dati del rapporto offrono una chiave di lettura importante per comprendere le difficoltà economiche avvertite da numerosi nuclei familiari.
Quando gli aumenti più marcati riguardano beni e servizi difficilmente rinunciabili, come energia, alimentazione e mobilità, il peso del caro vita può risultare particolarmente significativo per chi dispone di redditi limitati.
Occorre tuttavia distinguere l’aumento dei prezzi dall’andamento effettivo del potere d’acquisto: per valutare quest’ultimo è necessario considerare anche l’evoluzione di salari, pensioni e altri redditi nello stesso periodo.
La crescita complessiva del 63% registrata tra il 2000 e il 2025 non significa quindi che tutte le famiglie abbiano subito una perdita di potere d’acquisto della stessa entità.
Resta però evidente la trasformazione della struttura dei consumi, con una crescente incidenza di alcune spese essenziali rispetto ad altre categorie di beni diventate progressivamente più accessibili.
Il quadro ricostruito dall’Istat racconta così non soltanto venticinque anni di inflazione, ma anche il cambiamento delle abitudini e delle necessità degli italiani.
Un’evoluzione nella quale il progresso tecnologico ha reso meno costosi numerosi prodotti, mentre abitazione, energia e alimentazione continuano a rappresentare alcune delle sfide principali per la sostenibilità economica della vita quotidiana.










