Al vertice del 15 e 16 ottobre i leader dei Ventisette dovranno affrontare il caro energia e il futuro bilancio comunitario. L’Italia sollecita interventi immediati per famiglie e imprese, mentre Germania e Paesi del Nord difendono il rigore fiscale e la transizione energetica.
BRUXELLES – Due giorni di negoziati che si preannunciano particolarmente difficili per l’Unione europea. Il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre si apre in un clima di forti divisioni tra gli Stati membri, chiamati a individuare risposte comuni all’aumento dei prezzi dell’energia e a confrontarsi sul futuro bilancio comunitario per il periodo 2028-2034.
Sul tavolo ci sono questioni destinate a incidere direttamente sulla vita dei cittadini e sulle prospettive economiche del continente: il costo di elettricità e gas, la competitività industriale, le regole di bilancio e la distribuzione delle risorse europee.
L’urgenza di intervenire è condivisa dalle capitali, ma sulle soluzioni emergono orientamenti profondamente differenti.
Da una parte l’Italia, che chiede misure straordinarie per contenere gli effetti della crisi energetica sull’inflazione e sul potere d’acquisto. Dall’altra diversi Paesi, tra cui Germania, Spagna e Stati del Nord Europa, che considerano prioritario accelerare la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili.
Una contrapposizione che rischia di complicare il vertice sin dalle prime sessioni, mettendo alla prova la capacità delle istituzioni europee di conciliare le necessità economiche immediate con gli obiettivi di lungo periodo.
Il primo grande terreno di scontro riguarda il modo in cui l’Europa dovrà reagire alle nuove tensioni sui mercati energetici internazionali.
L’aumento dei prezzi, alimentato dalle crisi geopolitiche e dall’instabilità delle rotte di approvvigionamento, sta accrescendo i costi sostenuti dalle aziende e dalle famiglie europee.
Per il governo italiano, la priorità è intervenire rapidamente per evitare che la crescita delle bollette produca ulteriori conseguenze sull’inflazione e sulla competitività del sistema produttivo.
Roma sollecita quindi strumenti temporanei, capaci di ridurre il peso delle spese energetiche senza compromettere la sostenibilità dei conti pubblici.
Una parte consistente degli altri governi europei insiste invece sulla necessità di affrontare le cause strutturali della crisi.
Secondo questa impostazione, l’eccessiva dipendenza da petrolio e gas espone il continente alle oscillazioni dei prezzi internazionali e alle tensioni politiche con i Paesi produttori.
La risposta dovrebbe quindi concentrarsi sugli investimenti nelle energie rinnovabili, sul rafforzamento delle infrastrutture e sull’accelerazione del processo di decarbonizzazione.
Il presidente del Consiglio europeo António Costa ha cercato di individuare un punto di equilibrio, proponendo interventi mirati e temporanei per affrontare l’emergenza, senza interrompere il percorso verso una maggiore autonomia energetica.
Al centro del confronto ci sarà anche il ruolo della Commissione europea, chiamata a trasformare le indicazioni dei governi in proposte operative.
Ursula von der Leyen intende mantenere gli impegni sulla transizione energetica, ma riconosce la necessità di introdurre strumenti capaci di sostenere i comparti produttivi maggiormente penalizzati.
Tra le ipotesi allo studio figura il prolungamento del quadro temporaneo europeo sugli aiuti di Stato, con la possibilità di ampliarne la durata e la platea dei beneficiari.
Particolare attenzione viene riservata alle industrie energivore, come siderurgia, chimica, ceramica e produzione di materiali, che risentono in maniera significativa dei rincari energetici.
Un’altra strada riguarda il coordinamento degli acquisti di energia, attraverso meccanismi che consentano di aggregare la domanda e rafforzare il potere contrattuale europeo nei confronti dei fornitori.
La Commissione punta inoltre a sostenere il settore della raffinazione, considerato strategico per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti.
Si tratta tuttavia di misure ancora oggetto di valutazione, sulle quali i governi dovranno trovare un’intesa.
Per Giorgia Meloni, il vertice rappresenta soprattutto l’occasione per rilanciare la richiesta di una maggiore flessibilità nell’applicazione delle regole europee di bilancio.
La presidente del Consiglio ha già scritto alla Commissione chiedendo di considerare gli effetti straordinari dell’inflazione energetica e di consentire interventi nazionali mirati in favore delle famiglie e delle imprese.
La posizione italiana nasce dall’esigenza di evitare che le misure di sostegno si traducano automaticamente in ulteriori difficoltà nel rispetto dei parametri di finanza pubblica.
Roma propone, tra le altre possibilità, di utilizzare le maggiori entrate fiscali generate dall’inflazione per finanziare interventi temporanei contro il caro energia.
Una richiesta sostenuta anche dalla Grecia, ma che ha incontrato finora la resistenza dell’esecutivo europeo.
Il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis ha infatti sottolineato che le regole attuali già contemplano alcuni meccanismi di valutazione delle circostanze economiche, mettendo in guardia dal rischio di indebolire la disciplina fiscale comune.
Il governo italiano assicura di non voler aggirare il Patto di stabilità, ma di ricercare soluzioni compatibili con il quadro normativo esistente.
La trattativa continuerà attraverso i contatti tra la Commissione e i ministeri economici nazionali, anche se non è prevista una decisione specifica sulla flessibilità fiscale durante il Consiglio europeo.
Un primo possibile punto di convergenza riguarda il decreto italiano contro il caro bollette.
La misura prevede un intervento sul meccanismo dei costi delle emissioni di anidride carbonica, sostenuti dalle centrali elettriche alimentate a gas nell’ambito del sistema europeo ETS.
L’obiettivo del governo è ridurre il prezzo all’ingrosso dell’elettricità attraverso una diversa distribuzione degli oneri, con la prospettiva di ottenere un beneficio complessivo per gli utenti finali.
Il progetto richiede tuttavia un’attenta verifica della compatibilità con le norme europee sugli aiuti di Stato e con il funzionamento del mercato energetico.
Secondo le indicazioni emerse dal confronto tecnico, Roma e Bruxelles si stanno avvicinando a un’intesa di principio sulle condizioni necessarie per rendere il provvedimento compatibile con la normativa comunitaria.
La Commissione dovrà verificare che l’intervento non determini distorsioni della concorrenza e che gli eventuali benefici siano effettivamente proporzionati agli obiettivi dichiarati.
Il negoziato sul decreto bollette costituisce comunque un segnale della possibilità di individuare compromessi anche su un dossier che continua a dividere gli Stati membri.
Bilancio europeo 2028-2034, la proposta irlandese non convince
Se il confronto sull’energia si annuncia acceso, quello sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione rischia di essere ancora più complesso.
La presidenza irlandese del Consiglio dell’Unione europea ha presentato una proposta di compromesso che riduce di circa l’8% l’impostazione finanziaria inizialmente avanzata dalla Commissione.
Il nuovo schema prevede risorse complessive per circa 1.620 miliardi di euro nel periodo 2028-2034, rispetto ai circa 1.760 miliardi della proposta originaria.
Nonostante il ridimensionamento, il testo continua a suscitare forti perplessità.
I Paesi tradizionalmente più attenti al contenimento della spesa, tra cui Germania, Paesi Bassi e Svezia, ritengono ancora eccessivo il livello degli stanziamenti.
Altri governi temono invece che la riduzione delle risorse possa compromettere programmi considerati fondamentali per lo sviluppo economico e sociale.
Tra i settori maggiormente interessati dal negoziato figurano agricoltura, politiche regionali, ricerca, innovazione, sicurezza e competitività industriale.
La discussione è resa ancora più delicata dalla necessità di conciliare i nuovi impegni dell’Unione, compresi quelli in materia di difesa e sostegno all’Ucraina, con la salvaguardia delle politiche tradizionali.
Uno dei principali obiettivi italiani riguarda la tutela delle risorse destinate alla politica di coesione.
Si tratta dei finanziamenti europei utilizzati per ridurre i divari economici e territoriali, sostenere le infrastrutture, favorire l’occupazione e promuovere lo sviluppo delle aree economicamente più fragili.
Per l’Italia, e in particolare per numerosi territori del Mezzogiorno, questi strumenti rappresentano una componente fondamentale degli investimenti pubblici.
Meloni punta a rafforzare il coordinamento con i governi interessati a difendere tali finanziamenti, anche attraverso il confronto con il gruppo informale degli Amici della Coesione.
La posizione italiana si scontra tuttavia con quella dei cosiddetti Paesi frugali, che chiedono una maggiore disciplina della spesa e un bilancio europeo più contenuto.
Il nodo riguarda non soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma anche le modalità con cui dovranno essere distribuite.
La proposta di riorganizzazione dei finanziamenti attraverso piani nazionali e regionali suscita infatti interrogativi sul futuro ruolo delle autorità territoriali nella gestione dei fondi.
La trattativa avrà conseguenze concrete anche per regioni e amministrazioni locali italiane, chiamate a programmare investimenti di lungo periodo.
Accanto alla distribuzione della spesa, rimane aperta la questione delle entrate.
La Commissione sostiene che l’Unione abbia bisogno di nuove risorse proprie per finanziare le priorità strategiche e far fronte agli impegni finanziari già assunti, compresi quelli legati al rimborso del debito comune contratto durante la pandemia.
Tra le possibilità discusse figurano entrate collegate al sistema delle emissioni, ai dazi doganali e a specifici contributi europei.
La Francia considera essenziale individuare fonti di finanziamento aggiuntive, mentre l’Italia mantiene una posizione più prudente rispetto all’introduzione di nuove forme di imposizione.
Per Roma, il futuro bilancio dovrà garantire risorse adeguate senza aumentare in modo indiscriminato la pressione fiscale su cittadini e imprese.
Questa divergenza rende più difficile trovare un compromesso complessivo, perché ogni riduzione delle entrate potenziali rischia di tradursi in minori finanziamenti per i programmi comunitari.
Il presidente del Consiglio europeo António Costa avrà il compito di guidare una trattativa nella quale le posizioni nazionali appaiono ancora distanti.
Il vertice di ottobre non è stato convocato per approvare definitivamente il bilancio 2028-2034, ma per individuare gli elementi politici necessari a proseguire il negoziato.
L’obiettivo dichiarato dalle istituzioni europee è raggiungere un’intesa entro la fine del 2026, così da permettere l’avvio dei nuovi programmi finanziari nel 2028.
Non sarà comunque semplice conciliare le richieste dei Paesi contributori netti con quelle degli Stati maggiormente beneficiari dei fondi comuni.
Il raggiungimento di un accordo richiederà l’unanimità dei Ventisette sul quadro finanziario pluriennale, un elemento che attribuisce a ogni governo un rilevante potere negoziale.
La possibilità di ulteriori riunioni straordinarie nei prossimi mesi rimane quindi concreta.
Il Consiglio europeo di Bruxelles si presenta come un passaggio importante per comprendere quale direzione prenderà la politica economica dell’Unione nei prossimi anni.
La crisi energetica impone risposte immediate, ma allo stesso tempo costringe i governi a confrontarsi con problemi strutturali che riguardano l’autonomia strategica, la competitività e il futuro del modello industriale europeo.
Il negoziato sul bilancio aggiunge un ulteriore elemento di difficoltà: trovare risorse sufficienti per sostenere nuove priorità senza sacrificare gli strumenti che da decenni contribuiscono alla crescita dei territori.
Per Giorgia Meloni, la sfida sarà ottenere maggiori margini di intervento contro il caro energia e difendere gli interessi italiani nella distribuzione dei fondi comunitari.
Per Ursula von der Leyen e António Costa, invece, la prova consisterà nel trasformare richieste spesso contrapposte in una strategia condivisa.
Dalle decisioni dei prossimi giorni potrebbero arrivare le prime indicazioni sulla capacità dell’Europa di reagire alla pressione economica internazionale. Le scelte definitive richiederanno però ulteriori negoziati.
La posta in gioco va ben oltre il confronto diplomatico: riguarda il costo dell’energia, la tenuta delle imprese, la disponibilità di risorse pubbliche e le opportunità di sviluppo dei territori europei.
