Acciaierie d’Italia comunica la sospensione delle attività produttive dopo le decisioni della magistratura. Il governo prepara un decreto per tutelare i lavoratori e punta sulla riconversione verso l’acciaio verde. Sindacati e amministratori locali chiedono interventi urgenti per scongiurare la chiusura degli impianti.
ROMA – Si aggrava la crisi dell’ex Ilva, con l’annuncio della sospensione delle attività produttive negli stabilimenti di Taranto, Genova e Novi Ligure. Una decisione che apre una fase estremamente delicata per il futuro della siderurgia italiana e che arriva proprio nel giorno del nuovo confronto a Palazzo Chigi tra governo e organizzazioni sindacali.
Acciaierie d’Italia, attualmente in amministrazione straordinaria, ha comunicato l’avvio delle procedure di fermata degli impianti, conseguenza delle disposizioni giudiziarie che interessano l’area a caldo dello stabilimento pugliese. Le ripercussioni coinvolgeranno progressivamente anche i siti produttivi della Liguria e del Piemonte, strettamente collegati alla produzione di Taranto.
La prospettiva di una sospensione prolungata dell’attività industriale suscita forte preoccupazione tra i lavoratori, le rappresentanze sindacali e le istituzioni territoriali, mentre l’esecutivo cerca di individuare una soluzione capace di garantire la continuità produttiva e salvaguardare l’occupazione.
La prima scadenza è fissata per venerdì 9 ottobre, quando, secondo la comunicazione aziendale, verranno sospese le attività produttive dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto.
La decisione è legata al decreto emesso dalla Corte d’Appello di Milano il 27 luglio e al successivo rigetto, notificato il 5 ottobre, della richiesta di sospenderne l’esecuzione.
Acciaierie d’Italia ha previsto il mantenimento degli impianti in condizioni di hot stand-by, una modalità che consente di conservarli temporaneamente in riscaldo senza proseguire la normale produzione.
Si tratta di una soluzione transitoria, in attesa degli sviluppi giudiziari e in particolare della pronuncia della Corte di Cassazione sul ricorso presentato contro il provvedimento.
Il calendario comunicato dall’azienda indica un ulteriore passaggio decisivo: in assenza di un provvedimento favorevole, dal 24 ottobre potrebbe essere interrotto anche il mantenimento in riscaldo, con il completamento dello spegnimento dell’area a caldo entro il giorno successivo.
Una prospettiva che, secondo quanto prospettato dall’azienda, renderebbe impossibile il successivo riavvio degli impianti interessati.
Genova e Novi Ligure, fermata generale prevista entro il 15 novembre
Le conseguenze della crisi non resteranno limitate alla Puglia.
Acciaierie d’Italia ha infatti comunicato che entro il 15 novembre è prevista la fermata temporanea generale degli stabilimenti di Genova Cornigliano e Novi Ligure, in provincia di Alessandria.
A rendere nota la decisione sono stati i sindaci delle due città, Silvia Salis e Rocchino Muliere, attraverso una comunicazione congiunta.
La sospensione delle attività dei siti settentrionali è strettamente connessa alla produzione dell’acciaieria tarantina, dalla quale dipendono importanti fasi delle lavorazioni industriali.
Il blocco dell’area a caldo potrebbe quindi generare un effetto a catena sull’intera organizzazione produttiva, coinvolgendo non soltanto i dipendenti diretti, ma anche le aziende dell’indotto e della logistica.
Per i lavoratori interessati si prospetta il ricorso agli ammortizzatori sociali, mentre rimangono da definire tempi e condizioni di un’eventuale ripresa.
Nel corso dell’incontro a Palazzo Chigi, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha illustrato le iniziative che l’esecutivo intende adottare per affrontare l’emergenza.
Tra le priorità figura la predisposizione di un decreto-legge da sottoporre al prossimo Consiglio dei ministri, contenente misure di tutela sociale per i lavoratori coinvolti nella crisi.
L’obiettivo dichiarato è individuare una forma di Cassa integrazione che non sia collegata alla cessazione definitiva dell’attività, ma che mantenga aperta la prospettiva di una continuità industriale.
Il governo sta inoltre valutando ulteriori strumenti di protezione sociale da introdurre durante l’iter parlamentare di conversione del provvedimento.
L’impegno dell’esecutivo si concentra dunque su due fronti: garantire un sostegno economico ai dipendenti durante l’interruzione delle lavorazioni e creare le condizioni per un possibile rilancio produttivo degli stabilimenti.
Le misure, al momento, rappresentano un orientamento annunciato dal governo e dovranno essere definite nei successivi provvedimenti normativi.
Parallelamente all’emergenza occupazionale, resta aperta la questione del futuro tecnologico e ambientale dell’ex Ilva.
Il governo conferma l’intenzione di puntare su un modello produttivo fondato su impianti DRI, destinati alla produzione di ferro preridotto, e forni elettrici.
Questa tecnologia consentirebbe di ridurre il ricorso al tradizionale ciclo siderurgico basato su carbone e altoforni, favorendo una progressiva diminuzione delle emissioni inquinanti e di anidride carbonica.
La riconversione richiederebbe tuttavia investimenti significativi, nuove infrastrutture energetiche e un piano industriale in grado di assicurare competitività economica e continuità produttiva.
Mantovano ha ribadito che il sostegno alla produzione di acciaio a minore impatto ambientale resta subordinato proprio alla definizione di un progetto industriale credibile.
La trasformazione dell’ex Ilva dovrà inoltre confrontarsi con la complessa situazione economica dell’azienda, con la procedura di vendita degli impianti e con le esigenze di tutela della salute e dell’ambiente, particolarmente sentite nel territorio tarantino.
Le comunicazioni di Acciaierie d’Italia hanno provocato una dura reazione delle organizzazioni sindacali, che chiedono al governo garanzie concrete sul futuro degli stabilimenti e sulla salvaguardia dei posti di lavoro.
Il segretario generale della Fiom-Cgil, Michele De Palma, ha richiamato il senso di responsabilità dimostrato finora dai dipendenti, sottolineando come le conseguenze delle decisioni industriali e dei ritardi accumulati non debbano ricadere sulle lavoratrici e sui lavoratori.
Per il sindacato, la priorità è impedire che la fermata degli impianti si trasformi in una progressiva dismissione delle attività siderurgiche, compromettendo le prospettive occupazionali e industriali del Paese.
Critiche anche dall’Unione Sindacale di Base. Sasha Colautti, componente dell’esecutivo nazionale Usb, ha contestato l’impostazione del confronto, sostenendo che le scelte strategiche sulla siderurgia debbano essere affrontate dal governo sul piano industriale e politico, senza attribuire esclusivamente alle decisioni della magistratura la responsabilità della situazione.
Sul tavolo resta anche la questione delle aziende dell’indotto, che rischiano di subire pesanti conseguenze economiche dalla sospensione delle lavorazioni.
Preoccupazione e critiche arrivano anche dalla Regione Puglia.
Il presidente Antonio Decaro ha espresso forte contrarietà al tempismo della comunicazione aziendale, arrivata proprio a poche ore dall’incontro tra governo e sindacati.
Secondo Decaro, l’annuncio dell’attivazione della Cassa integrazione rischia di aggravare ulteriormente un clima già segnato dall’incertezza e dalle difficoltà economiche.
Il governatore pugliese auspica che il confronto istituzionale possa scongiurare gli scenari più gravi e individuare rapidamente una soluzione capace di offrire garanzie ai dipendenti, alle loro famiglie e all’intero territorio tarantino.
La posizione della Regione richiama una questione che accompagna da anni la vicenda dell’ex Ilva: la necessità di conciliare il diritto al lavoro, la tutela della salute pubblica e il risanamento ambientale, senza sacrificare nessuno di questi obiettivi.
L’annunciata sospensione delle attività a Genova e Novi Ligure ha sollevato una forte reazione da parte degli amministratori locali.
I sindaci Silvia Salis e Rocchino Muliere hanno definito inaccettabile la prospettiva di una fermata generale degli stabilimenti, evidenziando come le conseguenze dei ritardi nella procedura di vendita dell’ex Ilva non possano continuare a gravare sui territori.
La preoccupazione riguarda non soltanto la perdita temporanea delle attività produttive, ma anche il possibile indebolimento di una filiera industriale strategica per l’economia nazionale.
Sulla stessa linea i presidenti delle Regioni Liguria e Piemonte, Marco Bucci e Alberto Cirio, che hanno richiamato l’importanza degli stabilimenti di Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi per il comparto siderurgico italiano.
Il timore delle istituzioni locali è che un’interruzione prolungata delle lavorazioni possa compromettere competenze professionali, rapporti commerciali e capacità produttiva, rendendo più complesso qualsiasi successivo progetto di rilancio.
Un passaggio determinante è atteso per il 20 ottobre, quando la Corte di Cassazione esaminerà il ricorso straordinario relativo al provvedimento della Corte d’Appello di Milano.
Il confronto giudiziario ruota attorno alla tutela della salute e dell’ambiente e alle condizioni nelle quali può proseguire l’attività produttiva dello stabilimento tarantino.
La Corte d’Appello, nel respingere le richieste di sospensione, ha ribadito la centralità della protezione della salute rispetto agli interessi economici coinvolti, richiamando anche i principi costituzionali che regolano l’esercizio dell’iniziativa economica.
La decisione della Cassazione potrà quindi incidere sul calendario delle fermate, anche se non è possibile anticiparne l’esito.
Al momento, le principali scadenze comunicate sono il 9 ottobre per la sospensione della produzione nell’area a caldo di Taranto, il 24 e 25 ottobre per l’eventuale interruzione del riscaldo e lo spegnimento definitivo, e il 15 novembre per la fermata temporanea generale dei siti di Genova e Novi Ligure.
La crisi dell’ex Ilva assume ormai una dimensione che va oltre il destino dei singoli stabilimenti. In gioco ci sono la capacità dell’Italia di mantenere una produzione siderurgica nazionale, la salvaguardia di migliaia di lavoratori diretti e dell’indotto e la possibilità di realizzare una riconversione industriale ambientalmente sostenibile.
Il governo punta sulla continuità produttiva e su un futuro caratterizzato da tecnologie meno inquinanti, mentre sindacati e amministratori locali chiedono tempi certi, investimenti e strumenti immediati di protezione occupazionale.
Resta tuttavia necessario individuare un piano industriale finanziariamente sostenibile, capace di rispondere alle prescrizioni ambientali e di assicurare una prospettiva economica agli stabilimenti.
Le prossime settimane saranno quindi decisive. Tra l’attesa per la pronuncia della Cassazione, il decreto annunciato dall’esecutivo e le procedure di fermata avviate dall’azienda, la vicenda dell’ex Ilva torna a rappresentare una delle questioni più complesse della politica industriale italiana.
Una sfida nella quale la tutela della salute, la sicurezza ambientale e la difesa dell’occupazione dovranno trovare risposte concrete, per evitare che l’emergenza si trasformi in una crisi industriale irreversibile.