La mobilitazione nata nelle scuole dell’area parigina si è estesa in tutto il Paese e comincia a coinvolgere anche le università. Il governo denuncia un’escalation di violenze e schiera reparti antisommossa. Gli studenti chiedono più docenti, edifici sicuri e una revisione di Parcoursup. Martedì 6 ottobre annunciato il “terzo atto” della protesta
PARIGI – Blocchi davanti ai licei, incendi, lanci di oggetti, lacrimogeni e scontri con le forze dell’ordine. La protesta studentesca che da giorni attraversa la Francia ha assunto dimensioni nazionali e, dopo una nuova giornata di tensioni, non mostra segnali di esaurimento.
Il movimento, partito nell’area parigina una decina di giorni fa, si è rapidamente esteso a grandi città e centri minori. Giovedì 1° ottobre oltre mille licei risultavano interessati da scioperi, blocchi o altre forme di protesta, secondo i dati del ministero dell’Istruzione francese, con 222 istituti completamente bloccati. Si tratta di circa un liceo su quattro del Paese. Le Monde.fr
Venerdì 2 ottobre il ministero ha segnalato 564 istituti interessati da azioni o disagi nel corso della giornata, mentre quasi 400 licei avevano programmato la chiusura o il passaggio alla didattica a distanza.

Le tensioni hanno interessato numerose città, tra cui Parigi, Marsiglia, Lione, Strasburgo, Rennes, Nantes e Belfort.
A Strasburgo la polizia ha fatto ricorso ai lacrimogeni; a Marsiglia sono stati segnalati lanci di fuochi d’artificio contro le forze dell’ordine; in altre città sono stati incendiati cassonetti e danneggiati edifici scolastici. Reuters descrive una situazione nella quale alle manifestazioni pacifiche si sono sovrapposti episodi di vandalismo e violenze, con il governo che ha deciso di rafforzare la presenza di CRS e gendarmi mobili.
Particolarmente grave quanto accaduto a Belfort, dove un agente in borghese è stato aggredito e colpito mentre si trovava a terra dopo un intervento nei pressi del Lycée Courbet. Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha dichiarato che il poliziotto sarebbe stato deliberatamente preso di mira; sull’episodio è stata aperta un’inchiesta. ladepeche.fr
Anche a Parigi si sono registrati incendi e danneggiamenti agli ingressi di alcuni istituti. Le autorità hanno denunciato l’uso di razzi pirotecnici e altri oggetti durante gli scontri.
I numeri restituiscono la dimensione della crisi.
Per la sola giornata di giovedì 1° ottobre, il ministero dell’Interno ha comunicato 1.949 arresti, principalmente per violenze, assembramenti e aggressioni a pubblici ufficiali. Nella stessa giornata sono rimasti feriti 305 tra poliziotti, gendarmi e vigili del fuoco.
Reuters riferisce che, considerando l’intero periodo della mobilitazione, il numero complessivo dei fermati ha raggiunto circa 5.000 persone, in gran parte adolescenti.
Sul fronte scolastico, il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray ha indicato in 65 i dipendenti del settore rimasti feriti, tra i quali numerosi dirigenti scolastici.
Sono dati più elevati rispetto ad alcune cifre circolate nelle prime ore delle proteste, quando si parlava di circa 1.700 fermi e poco più di 700 istituti coinvolti.
La conta dei danni è appena cominciata.
Nella sola Île-de-France, la presidente della regione Valérie Pécresse ha stimato perdite per circa 7 milioni di euro agli edifici scolastici. Anche Grand Est e Auvergne-Rhône-Alpes hanno segnalato danni rilevanti, portando il conto complessivo a diversi milioni.
Uno degli episodi più gravi si è verificato al Lycée Nelson-Mandela di Nantes, dove un incendio ha distrutto il grande atrio di ingresso e si è propagato alla facciata. La direzione dell’istituto ha definito il rogo volontario, senza però attribuirne la responsabilità a soggetti specifici.
Il liceo, frequentato da oltre 1.700 studenti, resterà chiuso fino alle vacanze di Ognissanti e le lezioni proseguiranno a distanza.
La mobilitazione, nata soprattutto nei licei, sta cominciando a coinvolgere anche il mondo universitario.
Secondo le organizzazioni studentesche, circa 30 università hanno registrato iniziative di protesta nella giornata del 1° ottobre. France Universités, l’organizzazione che rappresenta gli atenei, ha invece indicato in circa una dozzina i campus effettivamente bloccati.
La differenza tra i due numeri dipende dal criterio utilizzato: nel primo caso vengono conteggiate tutte le forme di mobilitazione, nel secondo soltanto i blocchi veri e propri.
Dietro agli incidenti resta una piattaforma di rivendicazioni molto precisa.
Gli studenti chiedono più insegnanti e personale scolastico, la sostituzione più rapida dei docenti assenti, classi meno affollate, maggiori risorse finanziarie e un piano per la ristrutturazione degli edifici considerati degradati o non adeguati.
Un altro bersaglio è Parcoursup, la piattaforma nazionale attraverso la quale gli studenti francesi presentano domanda per l’accesso all’università. I manifestanti ne contestano la complessità e la pressione che eserciterebbe sui ragazzi durante gli ultimi anni delle superiori. Vengono inoltre criticati gli orari scolastici ritenuti eccessivamente pesanti.
Le Monde sottolinea come, al di là delle violenze che hanno monopolizzato l’attenzione pubblica, le richieste relative alla mancanza di docenti, al sovraffollamento e allo stato degli edifici siano condivise in numerosi istituti.
Di fronte all’estendersi della protesta, il governo ha già effettuato una prima retromarcia.
È stata infatti cancellata dal progetto di bilancio la misura che avrebbe introdotto per gli studenti non borsisti un contributo di 178 euro per l’iscrizione ai BTS e di 270 euro per le classi preparatorie alle Grandes Écoles.
Geffray ha incontrato il 2 ottobre rappresentanti degli studenti, dei genitori, dei sindacati del personale scolastico e del Conseil national de la vie lycéenne. Al termine del confronto, le organizzazioni giovanili hanno dichiarato di non aver ottenuto “misure concrete” sufficienti.
Il presidente dell’Union syndicale lycéenne, Ryad Rani, ha quindi confermato la prosecuzione delle proteste e la partecipazione al cosiddetto “Acte III” previsto per martedì 6 ottobre.
Alla nuova giornata di mobilitazione hanno annunciato il proprio sostegno anche organizzazioni sindacali dei lavoratori, tra cui CGT e Solidaires, mentre altri sindacati stanno valutando modalità e adesione.
Il coinvolgimento del mondo del lavoro rappresenta uno degli elementi che il governo osserva con maggiore attenzione, perché potrebbe trasformare una protesta nata nelle scuole in una contestazione sociale più ampia.
Parallelamente alla protesta si è aperto un duro confronto politico.
Il governo sostiene che il movimento, inizialmente legato a rivendicazioni scolastiche, sia stato successivamente infiltrato o alimentato da gruppi radicali. Durante una riunione di crisi, fonti vicine all’esecutivo hanno riferito che i servizi d’intelligence avrebbero attribuito un ruolo nell’organizzazione delle proteste a esponenti della sinistra radicale e a realtà vicine a La France insoumise.
LFI respinge l’accusa e sostiene invece che siano state la repressione e la gestione dell’ordine pubblico a esasperare la situazione. Lo stesso Jean-Luc Mélenchon ha difeso il diritto degli studenti a mobilitarsi chiedendo però forme di protesta non violente.
Al tempo stesso sono finite sotto esame anche alcune operazioni delle forze dell’ordine. Il ministero dell’Interno ha aperto verifiche su episodi nei quali alcuni minorenni sarebbero rimasti feriti durante gli interventi della polizia.
La mobilitazione arriva in una fase particolarmente delicata per la Francia.
Le prossime elezioni presidenziali si terranno nella primavera del 2027 e Emmanuel Macron, avendo già svolto due mandati consecutivi, non potrà candidarsi nuovamente.
La crisi delle scuole è quindi entrata rapidamente anche nella campagna per la successione all’Eliseo. Mélenchon ha criticato la risposta del governo, mentre Marine Le Pen e altri esponenti della destra hanno chiesto maggiore fermezza contro le violenze. Il governo guidato dal primo ministro Sébastien Lecornu deve così affrontare contemporaneamente due esigenze difficili da conciliare: rispondere alle richieste di studenti e personale scolastico e impedire che incendi, aggressioni e devastazioni trasformino la protesta in una lunga crisi di ordine pubblico.
Il prossimo passaggio sarà martedì 6 ottobre. Gli studenti lo hanno già ribattezzato “terzo atto”. Dopo giorni di blocchi e un primo tentativo di dialogo senza accordo, quella giornata dirà se il movimento riuscirà a mantenere al centro le rivendicazioni sulla scuola oppure se la spirale di violenza continuerà a dominare la scena politica francese.