La Procura di Pavia approfondisce le analisi genetiche del settembre 2007: un primo risultato parziale diventò compatibile con il profilo di Chiara Poggi nel giro di poche ore. Al centro degli accertamenti anche due test successivi negativi, un possibile scambio di campioni e alcune comunicazioni interne al Ris. Proseguono intanto le indagini sulla gestione delle prove.
PAVIA – A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco torna a concentrarsi su uno degli elementi più discussi dell’inchiesta originaria: il Dna individuato sui pedali della bicicletta sequestrata ad Alberto Stasi. Questa volta l’attenzione degli investigatori non riguarda soltanto l’attribuzione del materiale genetico, ma soprattutto le modalità con cui vennero eseguite, registrate e comunicate le analisi di laboratorio nel settembre 2007.
Al centro dei nuovi accertamenti della Procura di Pavia c’è un intervallo di appena tre ore, dalle 15.34 alle 18.37 del 19 settembre 2007. In quel periodo, secondo la documentazione esaminata dagli inquirenti, un campione inizialmente caratterizzato da un profilo genetico parziale e non attribuibile avrebbe successivamente restituito una corrispondenza con il Dna della vittima.
Un passaggio che gli investigatori intendono ricostruire nei dettagli, anche alla luce di ulteriori esami effettuati il giorno successivo e risultati negativi.
Le verifiche si inseriscono nel nuovo filone investigativo dedicato alle modalità di conduzione degli accertamenti del 2007, distinto dal procedimento riguardante Andrea Sempio, per il quale la Procura ha notificato il secondo avviso di conclusione delle indagini il 28 settembre scorso.
La ricostruzione prende avvio dai dati relativi al campione identificato con la sigla bu_p, sottoposto ad analisi dai tecnici del Ris di Parma.
Il primo risultato, ottenuto nel pomeriggio del 19 settembre 2007, evidenziava un profilo genetico incompleto, insufficiente per un’attribuzione certa. Nella documentazione informatica esaminata successivamente compare anche il termine “evaporato”, riferito al tracciato.
Circa tre ore dopo, però, una nuova elaborazione produsse un risultato decisamente differente: un profilo genetico riconducibile a Chiara Poggi.
Il dato venne considerato particolarmente significativo nel corso dell’indagine originaria, contribuendo alla decisione di sottoporre a fermo Alberto Stasi, successivamente scarcerato dopo quattro giorni.
Oggi gli inquirenti vogliono comprendere quali operazioni tecniche abbiano consentito di ottenere un risultato così diverso nel giro di poche ore.
Durante l’audizione del 10 settembre 2026, il procuratore aggiunto Stefano Civardi ha rivolto numerose domande ad Alberto Marino, all’epoca capitano del Ris e responsabile degli accertamenti biologici.
Marino ha spiegato che il campione iniziale richiedeva ulteriori approfondimenti e che sarebbe stato sottoposto a una nuova amplificazione, una procedura utilizzata nelle analisi genetiche per aumentare la quantità di materiale disponibile.
Il miglioramento di un profilo genetico attraverso successive amplificazioni non rappresenta, di per sé, un’anomalia. Il punto da chiarire riguarda la tracciabilità delle operazioni effettuate e la loro corrispondenza con i risultati conservati nei registri di laboratorio.
Un secondo aspetto riguarda l’identità degli operatori intervenuti nelle diverse fasi degli esami.
Secondo quanto emerso dai verbali, il primo risultato sarebbe stato caricato nel sistema da Marino, mentre quello successivo, contenente la corrispondenza con il Dna di Chiara Poggi, risulterebbe associato alla sigla informatica “Port”.
Interrogato su questa circostanza, Marino ha ipotizzato che la nuova amplificazione fosse stata eseguita personalmente da lui, mentre il caricamento del risultato sarebbe stato effettuato dall’allora collega del Ris Portera.
Le risposte del testimone, in più occasioni accompagnate dalla difficoltà di ricordare operazioni risalenti a diciannove anni prima, non avrebbero consentito di chiarire integralmente la sequenza delle attività.
È in questo contesto che si inserisce l’ipotesi investigativa più delicata: un possibile scambio tra il campione prelevato dai pedali della bicicletta e quello relativo a un cucchiaino utilizzato durante la colazione di Chiara Poggi.
A suscitare l’attenzione dei magistrati è stata anche la presenza, nella documentazione esaminata, di dati di quantificazione del materiale genetico apparentemente coincidenti, espressi in centesimi di nanogrammo per microlitro.
La somiglianza dei valori ha spinto gli inquirenti a interrogarsi sulla gestione dei due campioni.
Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi ancora da verificare, non della dimostrazione che le provette siano state effettivamente scambiate. Per arrivare a una conclusione saranno determinanti i registri di laboratorio, i dati strumentali originali e la ricostruzione delle operazioni eseguite.
A complicare la ricostruzione intervengono due ulteriori analisi eseguite il 20 settembre 2007, ventiquattro ore dopo il risultato che aveva individuato il profilo genetico della vittima.
Entrambe le prove avrebbero restituito risultati nulli, senza confermare la presenza del profilo precedentemente identificato.
La circostanza è particolarmente rilevante perché questi dati non risultano documentati negli atti del procedimento che portò alla condanna definitiva di Stasi.
La questione è stata approfondita anche dai consulenti della Procura di Pavia, Carlo Previderè e Pierangela Grignani, che hanno espresso una valutazione articolata.
Secondo gli esperti nominati dai magistrati, il profilo attribuito a Chiara Poggi nel 2007 rimane scientificamente attendibile, considerate le tecniche disponibili all’epoca e la qualità del tracciato ottenuto.
Gli stessi consulenti hanno però osservato che i successivi risultati negativi avrebbero richiesto un approfondimento per comprenderne le cause.
Diversa la valutazione degli esperti della difesa Stasi, Pasquale Linarello e Ugo Ricci, secondo i quali la contraddizione tra le analisi rende problematica l’affidabilità probatoria del risultato.
La differenza tra le due posizioni è sostanziale: per i consulenti della Procura, il primo profilo rimane valido, pur in presenza di anomalie da spiegare; per quelli della difesa, gli esiti successivi mettono in discussione la possibilità di utilizzare quel dato come elemento certo.
La controversia non riguarda quindi soltanto l’esistenza del Dna, ma anche il suo valore nell’ambito della ricostruzione giudiziaria dell’omicidio.
Ulteriori interrogativi sono emersi nei giorni precedenti, quando è stata resa nota l’esistenza di un foglio di lavoro relativo agli accertamenti effettuati sui pedali.
Il documento, acquisito dalla Procura di Pavia durante le verifiche presso il Ris, farebbe riferimento a un profilo genetico maschile rilevato nel corso delle operazioni di laboratorio.
Anche in questo caso, secondo quanto riferito dall’ANSA, il materiale non sarebbe stato inserito nelle relazioni originariamente trasmesse agli inquirenti.
La documentazione fa parte di un insieme più ampio di atti acquisiti dagli investigatori, interessati a ricostruire integralmente le attività svolte nel 2007.
L’eventuale presenza di materiale genetico maschile, tuttavia, non consente da sola di identificarne la provenienza né di stabilire un collegamento con l’autore del delitto.
Per questo motivo gli accertamenti dovranno chiarire la natura della traccia, la sua attendibilità e il contesto nel quale venne individuata.
Un altro passaggio esaminato dai pubblici ministeri riguarda i tempi con cui il risultato positivo venne comunicato alla magistratura.
Durante l’audizione di Marino, il procuratore aggiunto Civardi ha richiamato l’attenzione sulla relazione del 24 settembre 2007, redatta cinque giorni dopo l’analisi che aveva individuato il Dna della vittima.
Gli investigatori vogliono stabilire se e quando l’esito sia stato comunicato in precedenza e quali informazioni siano state trasmesse sui controlli successivi.
Marino ha riferito di ritenere che il risultato positivo fosse stato comunicato all’allora comandante del Ris di Parma, Luciano Garofano.
Anche la posizione di quest’ultimo è stata oggetto di approfondimenti testimoniali, soprattutto per il ruolo svolto nel coordinamento delle attività investigative e nella successiva valutazione degli elementi raccolti.
Garofano, dal canto suo, ha respinto le ricostruzioni secondo cui le informazioni sarebbero state sottratte alle parti.
L’ex comandante ha richiamato un verbale del 24 settembre 2007, sottoscritto dai consulenti, che documenterebbe la messa a disposizione dei risultati disponibili fino a quel momento.
La difesa Stasi sostiene invece di non aver avuto conoscenza delle due analisi negative del 20 settembre e richiama una comunicazione del 25 settembre 2007 nella quale veniva segnalata la mancata informazione sul proseguimento di determinate attività di laboratorio.
Il contrasto riguarda dunque sia la documentazione effettivamente accessibile all’epoca, sia la possibilità per i consulenti di verificare ogni passaggio delle analisi.
Gli accertamenti della Procura non si fermano agli esami genetici.
L’attenzione si è concentrata anche su alcune comunicazioni interne risalenti al febbraio 2009, quando era già iniziato il processo abbreviato nei confronti di Alberto Stasi.
In una di queste email, secondo quanto riportato dall’ANSA, Garofano interveniva sulla preparazione di controdeduzioni relative alle tracce di sangue, alla ricostruzione dei movimenti all’interno dell’abitazione e alle impronte riconducibili alle calzature.
Particolare attenzione è stata riservata a un passaggio nel quale l’ex comandante affrontava il problema delle scarpe considerate durante gli accertamenti.
La Procura sta esaminando il contesto delle comunicazioni per comprendere quale fosse il loro significato e se abbiano avuto un’influenza sulle valutazioni tecniche successivamente presentate.
Le email costituiscono materiale di approfondimento investigativo, ma il loro contenuto non dimostra automaticamente alterazioni delle prove o comportamenti illeciti.
Una valutazione richiede l’esame completo della corrispondenza, dei documenti tecnici ai quali faceva riferimento e delle spiegazioni dei soggetti coinvolti.
Le verifiche sulle indagini originarie procedono parallelamente al nuovo procedimento che coinvolge Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi.
Il 28 settembre la Procura di Pavia ha notificato a Sempio un secondo avviso di conclusione delle indagini, contestandogli l’omicidio aggravato della giovane.
La chiusura delle indagini rappresenta un passaggio procedurale che precede un’eventuale richiesta di rinvio a giudizio e non equivale a una dichiarazione di colpevolezza.
Sempio conserva pienamente la presunzione di innocenza e potrà esercitare i propri diritti di difesa nelle successive fasi del procedimento.
Alberto Stasi, ex fidanzato di Chiara Poggi, sta invece scontando la condanna definitiva a sedici anni di reclusione per l’omicidio, pronunciata nel 2015.
Le nuove acquisizioni potrebbero assumere rilievo nell’ambito delle iniziative giudiziarie della sua difesa, ma non comportano automaticamente l’annullamento della condanna né la riapertura del processo.
Un’eventuale revisione richiederebbe una specifica valutazione giudiziaria dei nuovi elementi e della loro capacità di incidere sulle conclusioni raggiunte dalle precedenti sentenze.
A diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi, il lavoro degli inquirenti si concentra dunque su una questione fondamentale: stabilire se tutte le analisi compiute nel 2007 siano state correttamente documentate, interpretate e rese disponibili alle parti.
L’indagine sui pedali della bicicletta presenta diversi aspetti da chiarire, dalla successione delle amplificazioni genetiche all’identificazione degli operatori, dalla conservazione dei risultati negativi alla possibilità di uno scambio accidentale di campioni.
Il confronto tra le consulenze dimostra inoltre quanto sia importante distinguere l’attendibilità scientifica di una traccia dal suo effettivo valore probatorio.
Gli investigatori dovranno verificare se le anomalie emerse siano riconducibili a caratteristiche tecniche delle procedure utilizzate, a carenze nella documentazione o a circostanze di diversa natura.
Nessuna delle ipotesi può essere considerata accertata sulla base delle sole discrepanze finora evidenziate.
Il nuovo capitolo del caso Garlasco si gioca così sulla ricostruzione di poche ore di attività di laboratorio, ma le sue conseguenze potrebbero incidere sulla lettura di una vicenda giudiziaria che continua a interrogare investigatori, magistrati e opinione pubblica.
Al centro rimane l’esigenza di accertare i fatti con rigore, assicurando che ogni elemento venga esaminato alla luce delle prove disponibili e nel pieno rispetto dei diritti di tutte le persone coinvolte.