La presunta trattativa per fermare la guerra nel Golfo non ha prodotto alcuna de-escalation. Mentre i mediatori internazionali tentano di aprire un tavolo negoziale, Iran e Israele continuano a colpirsi duramente, alimentando un conflitto che, giunto alla quarta settimana, resta senza sbocchi immediati.
Nelle ultime ore missili lanciati da Teheran, alcuni con ordigni a grappolo, hanno superato il sistema di difesa Iron Dome colpendo una zona residenziale nel centro di Tel Aviv e provocando diversi feriti. La risposta dell’esercito israeliano non si è fatta attendere: l’Idf ha condotto bombardamenti su più obiettivi in Iran, inclusa l’area della capitale, mentre nuovi attacchi hanno interessato anche il fronte libanese contro le milizie di Hezbollah.
Sul piano diplomatico i segnali restano contraddittori. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha parlato di negoziati in corso e di possibili intese con Teheran, arrivando a citare un accordo articolato in diversi punti, ma dal regime iraniano non è arrivata alcuna conferma ufficiale. Fonti vicine alla leadership hanno parlato soltanto di scambi di messaggi indiretti attraverso mediatori regionali.
Tra i Paesi impegnati nel tentativo di mediazione ci sono Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan, che si è detto disponibile a ospitare un incontro ad alto livello a Islamabad. Secondo indiscrezioni, si starebbe lavorando a un vertice che coinvolgerebbe rappresentanti statunitensi e iraniani, ma l’ipotesi resta incerta e dipende dalla risposta di Teheran.
Nel frattempo Washington sembra prepararsi anche a un possibile prolungamento delle operazioni militari. Il Pentagono starebbe valutando l’invio di nuovi reparti nell’area, mentre il segretario di Stato Marco Rubio è atteso in Europa per consultazioni con gli alleati del G7 e con alcuni partner asiatici, nel tentativo di costruire una posizione comune.
Le richieste iraniane, secondo fonti diplomatiche, restano uno dei principali ostacoli a un accordo. Teheran pretenderebbe garanzie contro future azioni militari, risarcimenti per i danni subiti, maggiore controllo sullo Stretto di Hormuz e nessuna limitazione al proprio programma missilistico, condizioni considerate inaccettabili da Washington. Anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu guarda con diffidenza all’ipotesi di un’intesa, temendo concessioni eccessive all’Iran.
Sul terreno, intanto, i combattimenti proseguono. L’esercito israeliano ha annunciato operazioni su larga scala contro obiettivi iraniani e un rafforzamento delle attività militari in Libano, con l’obiettivo di estendere il controllo nella cosiddetta zona di sicurezza fino al fiume Litani. Hezbollah ha risposto con nuovi lanci di razzi verso il nord di Israele, provocando vittime tra i civili.
Resta alta anche la tensione nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico petrolifero mondiale. Secondo fonti occidentali, Teheran avrebbe iniziato a imporre tariffe di transito ad alcune navi commerciali, mentre il Regno Unito valuta l’invio di unità navali specializzate nella neutralizzazione di mine.
In questo scenario, la diplomazia continua a muoversi ma senza risultati concreti, mentre sul campo la guerra prosegue e il rischio di un allargamento del conflitto in Medio Oriente resta elevato.










