IL BORSINO DELLA POLITICA
CHI SALE
Simone Cicalone
Massimiliano Maselli
Fabrizio Santori
CHI SCENDE
Virginia Raggi
Ignazio Marino
Sabrina Alfonsi
La capitale si imbarbarisce, perde punti di riferimento, si carica di tensione. I latinos che occupano le case, le bande di giovani e giovanissimi che picchiano chiunque e dovunque. La violenza è nell’aria e si sente dovunque. Inutile mettere nel Borsino questore, prefetto, altri responsabili dell’ordine pubblico. Comanda il caos, organizzativo, politico, amministrativo (vedi il caso della movida di piazza Bologna e dintorni). Le metro? Teatro di battaglia, regno della microcriminalità. Lo Youtuber Simone Cicalone, ormai noto alle cronache cittadine per la sua opera di “dissuasione” nei confronti dei borseggiatori è stato pestato pesantemente dai medesimi. Onore al merito. Sacrificio inutile. Cronaca politica, entra in campo la strana coppia Virginia Raggi-Ignazio Marino. Una azione di disturbo? Altro? Non hanno già fatto abbastanza danni alla città? Gualtieri ha raccolto i cocci e dimostra quotidianamente che non sa che fare. Idem per i suoi assessori. In difficoltà la titolare dell’Ambiente Sabrina Alfonsi. Il suo collega Eugenio Patanè è sparito dal quadro. Come mai? Dall’altra parte continuiamo a raccomandare Luciano Ciocchetti, politico (futuro sindaco?), Massimiliano Maselli, assessore regionale, un futuro brillante? Marco Palma e Fabrizio Santori, due capisaldi della politica di opposizione alla Giunta e della difesa dei cittadini.
DIETRO I FATTI/ la strana coppia entra (forse) nella corsa per il Campidoglio
Raggi e Marino. Che cosa si sono messi in testa?
Ci mancavano loro a complicarci la vita e a rendere ancora più complicata la vita politica capitolina. Virginia Raggi e Ignazio Marino, da nemici giurati ad alleati contro Gualtieri: la strana coppia entra nella corsa per il Campidoglio? O è una operazione di disturbo che deve portare a qualcos’altro? A cosa possono aspirare? Un’ operazione del genere non si improvvisa, per tornare a svolgere un ruolo ci vuole una solida organizzazione alle spalle, difficile che possano pensare di sedere in aula Giulio Cesare a qualche titolo solo per il fatto che hanno fatto (male) i sindaci di Roma. Sono legati da una certa avversione nei confronti del Pd. E, ora, nei confronti della ricandidatura di Gualtieri alla poltrona di sindaco di Roma. Ma basta questo? La strana coppia per ora fa solo notizia. La caduta dell’ex chirurgo dem avvenne – era il 30 ottobre del 2015 – proprio per firma della sua maggioranza che si dimise in blocco dal notaio il giorno in cui uscì la notizia che la Procura di Roma l’aveva indagato per la vicenda degli scontrini (da cui sarà poi assolto), dopo un esposto del M5S. Ovvero della pattuglia capitanata da Virginia Raggi che l’anno dopo, in carrozza, indosserà la fascia tricolore ricamata con i fili dell’onestà onestà.
Raggi, tornata a sedere in Campidoglio sui banchi dell’opposizione, ha detto che non farà mai campagna elettorale per il suo successore: non lo sosterrà, questione di metodo e merito. In una parola: coerenza. Marino, eletto in Europa con Avs tendenza Verdi, un giorno sì e l’altro pure attacca Gualtieri e adesso se n’è uscito dicendo che per le prossime Comunali serviranno le primarie. Ovvero: mi ricandido. Vuole tornare sul serio?
L’unico risultato della sortita dei due ex protagonisti della politica romana è quello di creare grattacapi ai rispettivi partiti. Angelo Bonelli, co-leader di Avs, a proposito di Marino dice che «evocare le primarie non è un’eresia: poi deciderà la coalizione, certo». Dalle parti del M5S di Giuseppe Conte si prende tempo perché prima ci sono altre sfide elettorali, spiegando che la decisione del M5s sarà presa a tempo debito. Ricordiamo che Gualtieri è stato ministro dell’Economia del governo Conte II, il governo Draghi nel 2022 cadde formalmente perché il M5s non era a favore del termovalorizzatore di Roma. Il campo largo capitolino trema.
LA MAPPA DEL POTERE
CHI SALE
ANGELO ALIQUÒ
GIUSEPPE QUINTAVALLE
FRANCESCO AMATO
CHI SCENDE
MAURO MACCARI
GIOVANNI PACIFICO
ERNESTO BIANCONI
I DG, LA POLITICA E LE COSE CHE NON TORNANO
Il bilancio della sanità, lo sappiamo tutti, copre due terzi di quello generale. Controllare la sanità significa controllare – e pesantemente – il territorio, i posti di lavoro, i consensi, i voti. Ne discende che gli amministratori delle Asl e degli ospedali se non hanno una “casacca” politica, una appartenenza, sono perlomeno “certificati”. O sono dei fuoriclasse, che garantiscono comunque prestazioni di livello. Servono, in una squadra a contatto tutti i giorni con la salute della gente, danno l’esempio, trascinano il gruppo. Altra riflessione. Nella capitale i discorsi appena fatti si sciolgono in equilibri più ampi e complessi, in provincia determinano conflitti a non finire e sanguinose guerre per il potere. I manager, i Dg hanno scelto di vivere in questo contesto, ne accettano o subiscono le conseguenze. Spesso realizzare quello che serve è quasi impossibile, spesso ingerenze deviano il corso dei progetti o li spingono in binari morti. Accade di tutto, insomma. Le indicazioni che vengono da questo spazio sono un distillato di quanto appena detto. E c’è una coda importante. Quella dei media. Che sparano addosso a questo o a quel manager per i motivi più disparati, ma sempre per seminare dubbi, per creare difficoltà. E spesso i manager cadono nella trappola mediatica. La politica, insomma, guarda solo ai suoi interessi. I Dg pratici, quelli bravi, operativi fino all’eccesso, riescono a scansare i trabocchetti, si fanno rispettare. Gli altri rischiano sempre di finire nelle sabbie mobili.
La classifica di questa settimana? Aliquò (San Camillo) Quintavalle (Asl Roma 1), Amato (ASL Roma 2), per tanti motivi una spanna sopra gli altri. E poi Rosaria Marino (Asl Roma 4),i Sabrina Cenciarelli (Asl Latina), Cristina Matranga (Spallanzani). Si parla poco di Narciso Mostarda (Ares118), di Livio De Angelis (IFO), di Laura Figorilli (Asl Roma 3) e Francesca Milito (Sant’Andrea). Ma sono anche loro dalla parte giusta della lavagna.
EDITORIALE CRONACHE
Chiediamoci perché le donne guadagnano fino al 30 % meno degli uomini
Di Ugo Battaglia
Ce lo raccontiamo ogni tanto, leggiamo distrattamente qualche articolo di giornale, ce la caviamo con una alzata di spalle. Eppure visto che in Italia le donne tengono in piedi il sistema dovremmo porre attenzione al problema e cercare soluzioni adeguate: le donne guadagnano fino al 30% in meno degli uomini. Le carriere femminili sono ostacolate da lavoro domestico, maternità e part-time involontario e da mille altri elementi. Ma andiamo per ordine. Un lieve miglioramento del tasso di occupazione femminile c’è stato. Si è passati dal 55 per cento del 2022 al 56,4 per cento del 2024, ma il mercato del lavoro italiano soffre di un preoccupante gender gap con un divario tra uomini e donne occupati del 19,4%, quasi il doppio della media europea. I dati dell’Osservatorio “Il lavoro delle donne, dalla scuola alla pensione” relativi ad una ricerca condotta dal gruppo Hearst e da CRILDA dell’Università Cattolica sono abbastanza chiari e si riferiscono ad un campione di oltre 5 mila persone nate tra il 1940 e il 1950 (37 per cento del campione), e tra il 1950 e il 1970. Il divario retributivo di genere (gender pay gap) aumenta progressivamente lungo tutto il ciclo di vita fino ad impennarsi verso la fine della carriera (con un divario di oltre il 30%). Un fenomeno noto come “soffitto di cristallo” (glass ceiling) che ostacola l’accesso delle donne a posizioni apicali.
Ed ‘ evidente quanto le carriere degli uomini e delle donne possano differire. Mentre all’inizio della carriera, tra i 20 e i 30 anni, le differenze sono minime, a 35 anni, un uomo è occupato nel 95% dei casi, mentre una donna ha solo il 50% di probabilità di essere occupata, del 40% di essere inattiva e del 10% di essere disoccupata. A 65 anni la situazione non migliora per le donne che accedono alla pensione in poco più della metà dei casi, mentre l’altra metà risulta inattiva. Le cause sono note, ma ancora irrisolte.
Il peso del lavoro domestico e di cura continua a gravare soprattutto sulle donne, che vi dedicano in media 4 ore e 37 minuti al giorno contro 1 ora e 48 minuti degli uomini (Istat). Nell’arco di una vita, questo significa che le donne accumulano oltre 40.000 ore di lavoro non retribuito, l’equivalente di vent’anni di impiego a tempo pieno. “Il momento cruciale in cui per molte donne la carriera subisce un cambiamento è la nascita del primo figlio: una madre su 5 nel 2025 ha abbandonato permanentemente il proprio lavoro“, dice il professor Claudio Lucifora. “Quella è la fase in cui molte donne cominciano ad accumulare divari crescenti di anzianità di servizio e anni di contributi previdenziali che poi non riescono più a recuperare. E anche tra le lavoratrici che riprendono a lavorare dopo la maternità, le scelte di carriera sono profondamente influenzate dalle responsabilità familiari“.
L’Italia ha una quota di part-time femminile (31,5%) più elevata della media europea (28%) e un gap di circa 23 punti percentuale rispetto alla quota di part-time maschile (8%). Ma soprattutto, per la maggioranza delle donne, il part-time è “involontario”, quindi non una scelta ma piuttosto l’impossibilità di ottenere un lavoro a tempo pieno. Sfugge la frustrazione e il senso di ingiustizia vissuti dalle donne, prigioniere di ruoli e pregiudizi. Un’analisi dei valori e delle credenze di genere rivela che esistono aspettative dure a morire nei confronti delle donne e dei ruoli di cura.
Le donne finiscono nelle professioni considerate come femminili (e spesso meno retribuite) oppure a lavorare solo saltuariamente perché percepiscono il proprio lavoro come accessorio al reddito familiare. La ricerca evidenzia che la segregazione occupazionale di genere in Italia è tra le più alte in Europa. Circa la metà dell’occupazione femminile risulta concentrata in sole 21 professioni, mentre per gli uomini le principali professioni sono 53.
Il gender gap pensionistico in Italia è pari a circa il 30%, un reddito pensionistico che per le donne è inferiore di quasi un terzo rispetto a quello degli uomini. Le donne anziane in Italia “sono più povere e rischiano di non essere finanziariamente indipendenti rispetto agli uomini.” (Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere, EIGE). Si evince anche che l’istruzione, per le donne, rappresenta un fattore di fondamentale importanza per difendersi dagli stereotipi di genere ed emergere anche nelle professioni dominate dagli uomini. Negli ultimi anni, la storia dell’istruzione femminile racconta di successi e risultati anche superiori di quelli maschili. Fin qui lo scenario, certo non entusiasmante. Si va avanti a slogan, fingendo spesso di credere in quello che non c’è. Forse è ora di voltare pagina.
Tutti i segnali convergono. A Roma serve un cambio di velocità
A prescindere da chi mal governa la città, o di chi entrerà nella stanza dei bottoni dopo Gualtieri, un elemento di riflessione è chiaro a tutti, Roma così non va. Tutti i segnali convergono. E diversi servizi nelle pagine interne di questo fascicolo contribuiscono a concretizzare un quadro poco rassicurante. Vogliamo parlare del rapporto Caritas che evidenzia come una fetta di popolazione abbia difficoltà a sopravivere? E come sia difficile per gli immigrati – pur integrati – resistere restando nel recinto della legalità? Povertà, disagio sociale, degrado, violenza, micro-criminalità in aumento, guerra di bande, sicurezza, viabilità. E ancora favelas, accampamenti di sbandati e invisibili, la resa senza condizioni alla componente rom meno propensa a venire a patti con le regole della vita civile. L’elenco può continuare all’infinito. L’economia tira, certi settori sono addirittura trainanti per il sistema nazionale? Evviva, ma la gente normale non se ne accorge nemmeno, impegnata com’è a sopravvivere.
Eppure il sindaco Gualtieri fa un suo bilancio luccicante per gli anni passati e lancia sul tavolo pre-elettorale una manciata di promesse. Tutte orientate in una direzione di sviluppo che non sfiora nemmeno l’elenco che abbiamo appena fatto. Non è credibile. Non si guarda nemmeno intorno e nemmeno chiede scusa per il disagio che sta provocando ai romani.
Parliamo chiaro, Roma è mal governata e mal amministrata perché chi è nella stanza dei bottoni non sa che pesci pigliare, non sa decidere, non sa imporre delle scelte, o peggio non sa cosa scegliere di far fare in termini di rispetto delle regole. E di fronte a degli incapaci, non in grado di valutare se una ciclabile è utile o sconvolge la vita di un intero quartiere, se per alcuni problemi di ordine pubblico si può intervenire efficacemente e come, se alcuni nodi essenziali di viabilità abbiano delle soluzioni che salvaguardino le esigenze di tutti, di fronte a tutto questo si diceva, non c’è salvezza.
Guardate cosa c’è all’orizzonte. La lotta per il mantenimento del potere senza rompere il giocattolo del campo largo, le concessioni populiste al volgo per mantenere o cercare consenso, poco altro. E basta sventolare le auto-candidature dei due grandi ex Ignazio Marino e Virginia Raggi per scuotere il palazzo dalle fondamenta. Continuiamo a far crescere gli hotel di superlusso e lasciamo andare a fondo, in mano alla malavita organizzata i quartieri della periferia urbana. Complimenti. A Roma servono un cambio di velocità e una testa pensante. C’è qualcosa all’orizzonte?
Cornelius
Pezzo di prima
IN PRIMO PIANO/ Al centro della capitale si rallenta: da gennaio 2026 sarà tutto “zona
Roma come Bologna, che idea
Nessuno ci aveva creduto sul serio, ora c’è l’ufficialità, la Giunta ha approvato la delibera, e il provvedimento, dicono sarà esteso ad altre zone della città. Per ora i nuovi limiti abbracceranno tutto il centro cittadino, dal Tridente al Muro Torto passando per il lungotevere. La misura non servirà certo a ridurre lo smog, ma – assicura l’assessore Patanè – farà diminuire gli incidenti stradali con feriti. A 30 km/h, il rischio di mortalità si abbassa all’1% – 5% per gli over 60, dice. Se fatto rispettare il limite avrà un effetto deterrente solo per il settore del commercio. E comunque non ci sono risorse per controllare le strade e colpire i trasgressori
Roma come Bologna o Ferrara, che idea. Ci mancava il centro storico a 30 all’ora. Eppure finirà così, abbiamo poche settimane e un Natale di mezzo per abituarci. Ce lo dicono così, senza squilli di tromba, per far digerire la notizia un po’ alla volta. Era nell’aria da tempo, nessuno ci aveva creduto sul serio. Mancava l’ufficialità. Ora è arrivata. La Giunta capitolina ha approvato la delibera con la quale il centro cittadino sarà tutto a “zona 30”. Un provvedimento e che, in futuro, dicono, verrà attuato anche in altre aree della città. I nuovi limiti di velocità scatteranno a partire da gennaio 2026 e abbracceranno tutto il centro cittadino, dal Tridente al Muro Torto passando per il lungotevere. La decisione arriva sulla scorta di uno studio effettuato da Roma Servizi per la Mobilità (quella stessa struttura che dimostra da anni di non capire nulla in termini di politica della mobilità) , che avrebbe dimostrato che l’introduzione della zona 30 all’interno dell’area della Ztl centro storico è “una misura a elevata efficacia, in quanto capace di produrre benefici significativi e documentabili in tutti gli ambiti considerati – dalla sicurezza stradale alla qualità dell’aria, dalla regolarità del servizio di trasporto pubblico alla promozione della mobilità attiva – senza determinare impatti critici o penalizzazioni strutturali per la funzionalità della rete urbana” , come si legge nella delibera.
Sarà anche vero, ma è anche vero che soltanto in poche ore del giorno e solo in alcune strade di fatto in quel quadrante si supera il limite dei 50 chilometri all’ora. Tutti a passo d’uomo dunque, come accade di solito in una qualsiasi giornata lavorativa per quelli, fortunati, che possono passare indenni per i varchi. E diciamolo, andare a trenta all’ora è un po’ come andare a piedi. Una domanda sorge spontanea, chi controllerà il rispetto dei 30 chilometri all’ora in un perimetro così vasto? Il Campidoglio assumerà qualche migliaio di nuovi vigili? Farà una infornata di ausiliari del traffico? Se fatta rispettare la misura avrà per le strade del centro storico un effetto deterrente, ma non necessariamente solo per gli automobilisti frettolosi, quanto piuttosto per il settore del commercio, già in agitazione per altri motivi. Ci voleva proprio un ulteriore provvedimento che inducesse i romani a scegliere di fare lo shopping altrove per evitare di trovarsi imbottigliati in un’area nella quale è praticamente impossibile parcheggiare.
Certo Roma non è Bologna né Ferrara, città simbolo dei 30 km all’ora; ha ben altri problemi di mobilità che nessuno fin qui ha voluto o saputo risolvere. Il nodo di fondo è il consenso, è la paura di perdere voti. Alla fine si rimanda sempre tutto. Ma questa ultima misura, questa sfida, pare si debba affrontare. La spiega a modo suo lo “scienziato” Eugenio Patanè. In mezzo c’è sempre lui.. Si tratta di una importante innovazione in tema di sicurezza stradale – commenta in una nota l’assessore alla Mobilità – innanzitutto perché è scientificamente dimostrato che a 70 km/h, il 31% delle persone investite muore – 98% per gli over 60; a 50 km/h, il tasso di mortalità si riduce al 7% – oltre il 50% per gli over 60; mentre a 30 km/h, il rischio di mortalità si abbassa all’1% – 5% per gli over 60. L’istituzione di una Zona 30 dunque non è una decisione ideologica, ma basata su dati scientifici. Diminuire la velocità significa ridurre gli incidenti, salvare vite, abbattere inquinamento e rumore. I benefici che si otterranno con la zona 30 – ha spiegato ancora Patanè – saranno di gran lunga superiori agli effetti sui tempi di percorrenza che aumenteranno di pochissimo per tutti”. “
Quindi il provvedimento sarebbe legato al tentativo di ridurre gli incidenti e i loro effetti, nulla a che fare con la tutela dell’ambiente e la lotta alle polveri sottili. Che con il centro storico bloccato a 30 km all’ora certo non diminuiranno, anzi. E a proposito, la famosa green zona, concepita appunto per cercare di abbassare il livello dello smog e quindi salvare i polmoni di alcuni milioni di cittadini? Silenzio
Paolo Dordit
LA SCHEDA/
I nuovi limiti di velocità scatteranno a partire da gennaio 2026 e abbracceranno tutto il centro cittadino, dal Tridente al Muro Torto passando per il lungotevere. Insomma, all’interno del perimetro della Ztl centro storico si dovrà viaggiare, sempre e comunque, al massimo a 30 km/h. Non proprio una novità assoluta visto che il 49% delle strade hanno già questi limiti. La delibera, inoltre, prevede una nuova perimetrazione della Ztl per renderla coerente con i nuovi varchi in uscita. Parliamo, in particolare, di aggiustamenti effettuati a Portico d’Ottavia, via Arenula est (Ghetto) e ovest, via Barberini, via Bissolati, via XX Settembre, villa Peretti, largo Gaetano Agnesi e un tratto di via dei Fori Imperiali. Alcuni varchi, infatti, come quello tra il lungotevere e via Arenula, erano posti a metà della via mentre, adesso, saranno posizionati per coprire le arterie per intero.
EDITORIALE SANITà
Stati Generali, Rocca mostra i muscoli
L’appuntamento ha il solito titolo importante, “Costruiamo la sanità con pazienti e operatori”, la Regione Lazio promuove un maxi-incontro (martedì 18 e mercoledì 19 novembre presso le Corsie Sistine – Complesso Monumentale Santo Spirito in Sassia, Borgo Santo Spirito), per delineare le strategie e le priorità del sistema sanitario regionale nei prossimi anni. Non aspettiamoci grandi cose. Gli Stati Generali della Sanità del Lazio in programma in questi giorni non possono andare molto oltre la passerella dei vertici della Regione, dei direttori generali, delle teste coronate del settore, dei rappresentanti delle principali istituzioni nazionali e regionali in ambito salute, del mondo accademico e delle associazioni dei pazienti sotto l’occhio (attento?) del ministro della Salute Schillaci. Tante enfasi retorica, una sanità sempre più vicina alle persone (mai stata così distante…), brochure a perdere, pioggia di dati, di consuntivi, maxi annunci, programmi risolutivi per le emergenze più importante (l’ennesima rivoluzione del Pronto Soccorso), liste d’attesa, personale e via discorrendo. E ancora gli impegni, le promesse, le testimonianze. Non potrebbe essere altrimenti, la liturgia politica questo prevede e questo offre alla platea.
Ma fatte le debite considerazioni bisogna saper cogliere quello che di positivo e di propositivo l’evento contiene. In questo momento l’opposizione picchia duro con tutti gli strumenti a disposizione, mediatici e non, con le interrogazioni in consiglio regionale. Un attacco massiccio che prende tutto, i grandi problemi e le piccole storie di provincia, le beghe interne alle Asl, agli ospedali. Tutto fa brodo Muove i sindacati, muove le associazioni di utenti, fa il suo mestiere insomma ma con una particolare sottolineatura, l’urgenza. Non ha altre armi, è in una situazione politica di debolezza, non controllare la Sanità comporta una perdita secca di capacità di manovra, di gestione di potere. Assunzioni, favori, consenso, appalti, etc. Tutto questo, letto in controluce, dimostra debolezza. Gli Stati Generali della sanità che Rocca con grande pompa presenta all’opinione pubblica rappresentano invece una prova di forza, di autorevolezza, di potere. E bisogna tenerne conto. Rocca e il suo team tante cose le ha fatte e le sta facendo, la squadra dei manager distribuiti sul territorio bene o male regge la sfida. E il governatore ritiene che sia il momento di mostrare i muscoli, di fare un po’ di rumore. I media, quelli schierati da una parte e dall’altra dovranno comunque riprendere dati e slogan, fotografare i protagonisti e raccogliere le dichiarazioni. Verranno i risultati?
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