La 61ª Esposizione della Biennale di Venezia si apre il 9 maggio in un clima di forte tensione, segnato dall’assenza annunciata del ministro della Cultura Alessandro Giuli. Una scelta senza precedenti negli ultimi vent’anni, che alimenta le polemiche attorno a una manifestazione già al centro di controversie politiche e diplomatiche.

Il ministro non parteciperà né alla cerimonia inaugurale né alle giornate di pre-apertura, confermando una distanza ormai evidente dalla gestione dell’evento. Alla base dello scontro, in particolare, la questione della presenza della Russia, mai accettata da Giuli, che negli ultimi mesi aveva già disertato altri appuntamenti ufficiali legati alla Biennale.

Nel frattempo, il presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco difende la linea dell’istituzione, paragonandola alle Nazioni Unite: un luogo aperto a tutti i Paesi, senza esclusioni. Una posizione ribadita anche di fronte ai rappresentanti del Movimento 5 Stelle, intervenuti per esprimere solidarietà alla Biennale.

Proprio dal M5s arriva un duro attacco politico. Il capogruppo al Senato Luca Pirondini accusa Giuli di sottrarsi alle proprie responsabilità, definendo la vicenda “una farsa” e criticando l’assenza come un segnale di debolezza istituzionale.

Negli ultimi mesi, il confronto tra ministero e Biennale si è progressivamente irrigidito. Giuli ha chiesto verifiche sul rispetto delle sanzioni internazionali e ha sollecitato le dimissioni della rappresentante del ministero nel consiglio di amministrazione, Tamara Gregoretti, senza però ottenere riscontri. Dal canto suo, la Biennale ha sempre sostenuto di aver operato nel pieno rispetto delle normative europee.

A complicare ulteriormente il quadro è l’intervento della Commissione europea, attraverso l’EACEA, che ha minacciato la sospensione di finanziamenti per circa 2 milioni di euro nel triennio 2025-2028, chiedendo chiarimenti sulla riapertura del Padiglione russo. La risposta ufficiale, attesa entro i termini previsti, potrebbe arrivare anche dopo l’inaugurazione.

In questo contesto, l’assenza del ministro rappresenta il punto più alto di una frattura istituzionale che rischia di oscurare l’apertura di uno degli eventi artistici più importanti al mondo, trasformando la Biennale in un terreno di scontro politico e diplomatico.