Il premier britannico annuncia una nuova strategia nei rapporti con Bruxelles: accordi su commercio, energia e immigrazione. Il vertice del 20 novembre potrebbe segnare l’inizio di una fase diversa nelle relazioni con l’Ue. Critiche dai conservatori e da Nigel Farage.
LONDRA – A dieci anni dal referendum che sancì l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, il governo britannico torna a interrogarsi sul futuro delle relazioni con Bruxelles. Il primo ministro laburista Andy Burnham ha annunciato alla Camera dei Comuni l’intenzione di avviare un percorso di riavvicinamento all’Ue, riconoscendo i danni economici prodotti dalla Brexit e la necessità di superare gli attuali accordi commerciali.
«Mantenere lo status quo non è sufficiente per la Gran Bretagna», ha dichiarato il premier, aggiungendo che rinunciare a esplorare nuove forme di collaborazione con l’Europa rappresenterebbe una grave mancanza di responsabilità da parte del governo.
L’intervento, pronunciato lunedì 12 ottobre alla ripresa dei lavori parlamentari, segna un cambiamento di impostazione rispetto alla linea mantenuta dal predecessore Keir Starmer, più prudente sulla possibilità di rimettere in discussione i rapporti definiti dopo l’uscita dall’Unione.
Burnham, arrivato a Downing Street il 20 luglio scorso dopo essere stato sindaco della Grande Manchester, intende affrontare il tema attraverso un approccio pragmatico, partendo dalle necessità economiche e dalla sicurezza nazionale.
Il primo appuntamento della nuova strategia sarà il vertice tra Regno Unito e Unione europea previsto a Bruxelles il 20 novembre, al quale parteciperanno Burnham, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa.
L’incontro, confermato ufficialmente dai governi coinvolti, servirà a rafforzare il partenariato strategico avviato nel maggio 2025 e a individuare nuovi accordi in settori considerati prioritari.
Tra gli obiettivi del governo britannico figurano la riduzione degli ostacoli commerciali per i prodotti agricoli e alimentari, il collegamento tra i sistemi di scambio delle quote di emissione, una maggiore integrazione energetica e nuove opportunità di mobilità per i giovani.
Particolare attenzione sarà dedicata anche alla lotta all’immigrazione irregolare, attraverso una cooperazione più stretta tra le forze di polizia e una maggiore condivisione di informazioni sui trafficanti di esseri umani.
Secondo le stime presentate da Burnham, gli accordi potrebbero produrre benefici economici superiori a 10 miliardi di sterline annui entro il 2040. Si tratta tuttavia di una previsione governativa, subordinata all’effettiva conclusione e applicazione delle intese.
Uno dei principali argomenti utilizzati dal premier riguarda le conseguenze economiche dell’uscita dall’Unione europea, soprattutto per le aziende britanniche che esportano verso il continente.
La Brexit ha introdotto nuove procedure doganali e controlli sanitari che, secondo il governo, hanno aumentato i costi e rallentato gli scambi commerciali.
Nel suo intervento ai Comuni, Burnham ha ricordato le difficoltà incontrate dalle imprese alimentari, citando i controlli sulle esportazioni di salmone scozzese, i costi dei certificati sanitari e le restrizioni che interessano alcuni prodotti agricoli e ittici.
Secondo Downing Street, un accordo sulle norme sanitarie e fitosanitarie potrebbe ridurre sensibilmente la burocrazia e migliorare le condizioni di accesso al mercato europeo.
Il governo britannico guarda inoltre con preoccupazione alle iniziative industriali dell’Unione europea legate al principio Made in Europe, temendo che nuove preferenze commerciali possano penalizzare le aziende del Regno Unito.
Burnham ha annunciato che solleverà anche questa questione durante il vertice di novembre, nel tentativo di tutelare la competitività dell’industria nazionale.
La novità politica più significativa riguarda l’apertura del premier a una discussione di lungo periodo sul futuro europeo del Regno Unito.
Burnham non ha annunciato un ritorno immediato nell’Unione né la convocazione di un secondo referendum sulla Brexit. Ha però evitato di escludere definitivamente che una nuova adesione possa essere presa in considerazione negli anni a venire.
Per l’attuale legislatura rimangono ferme le principali linee programmatiche del Labour, che escludono il ritorno al mercato unico, all’unione doganale e alla libera circolazione delle persone.
Il primo ministro ha tuttavia sottolineato che la politica britannica deve confrontarsi con l’evoluzione dello scenario economico e internazionale, senza considerare immutabili le scelte compiute in passato.
«Il popolo sarà il capo», ha affermato Burnham, assicurando che qualsiasi decisione futura sul rapporto con Bruxelles dovrà rispettare la volontà dei cittadini britannici.
L’apertura arriva in un contesto di crescente insoddisfazione verso gli effetti della Brexit, spesso definita Bregret, termine utilizzato per descrivere il pentimento di una parte dell’opinione pubblica dopo il referendum del 2016.
Dalle istituzioni europee sono arrivati segnali favorevoli alla prospettiva di un rafforzamento dei rapporti con Londra.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha evidenziato il valore della cooperazione tra Unione europea e Regno Unito, mentre il presidente del Consiglio europeo António Costa ha sottolineato l’importanza di una collaborazione fondata su interessi e valori comuni.
Per Bruxelles, il riavvicinamento può contribuire non soltanto a facilitare gli scambi economici, ma anche a rafforzare la sicurezza europea in una fase caratterizzata da tensioni geopolitiche e nuove minacce internazionali.
La cooperazione nella difesa, nel contrasto alla criminalità organizzata e nella gestione dei flussi migratori rappresenta un terreno sul quale entrambe le parti intravedono possibilità di collaborazione.
Restano comunque da definire le condizioni concrete degli accordi, comprese le eventuali concessioni normative e finanziarie richieste al Regno Unito.
La nuova linea del governo ha immediatamente riacceso il confronto politico britannico.
La leader conservatrice Kemi Badenoch ha criticato Burnham, accusandolo di alimentare nuove divisioni sul tema della Brexit e di presentarsi ai negoziati con Bruxelles senza una posizione sufficientemente forte.
Secondo Badenoch, i rappresentanti europei sono negoziatori particolarmente determinati e il governo laburista rischia di ottenere risultati inferiori alle aspettative, concedendo troppo in cambio di benefici limitati.
Critiche sono arrivate anche da Nigel Farage, leader di Reform UK e tra i principali sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.
Farage contesta l’impostazione del premier, sostenendo che il riavvicinamento rischi di compromettere l’autonomia decisionale conquistata con la Brexit.
Di segno opposto la posizione dei Liberal Democratici, il cui leader Ed Davey sostiene una prospettiva più esplicitamente favorevole al ritorno del Regno Unito nell’Unione.
Il dibattito evidenzia come, a dieci anni dal referendum, la questione europea continui a rappresentare uno dei principali elementi di divisione della politica britannica.
Ad alimentare le polemiche sono state anche le dichiarazioni di Burnham sulle presunte interferenze russe durante la campagna referendaria del 2016.
Il premier ha affermato di aver ricevuto informazioni di intelligence relative a tentativi di influenza da parte di soggetti riconducibili alla Russia, inserendo il tema nel più ampio quadro delle minacce alla sicurezza delle democrazie europee.
Burnham ha tuttavia precisato di non mettere in discussione la legittimità del risultato del referendum, distinguendo i presunti tentativi di interferenza dall’effettiva volontà espressa dagli elettori.
Le affermazioni hanno provocato la reazione di Farage e di esponenti conservatori, che contestano l’interpretazione del premier e chiedono maggiore chiarezza sulle prove disponibili.
Non è stata dimostrata una relazione causale tra le presunte operazioni di influenza russa e l’esito della consultazione popolare, che rimane riconosciuto dal governo britannico.
La strategia annunciata da Burnham rappresenta un tentativo di ridefinire il ruolo internazionale del Regno Unito senza abbandonare, almeno nell’immediato, l’assetto istituzionale determinato dalla Brexit.
Le priorità sono economiche, ma anche politiche e strategiche: aumentare gli scambi commerciali, ridurre i costi per le imprese, migliorare il coordinamento sulla sicurezza e rafforzare la capacità di affrontare le sfide internazionali.
Il vertice di Bruxelles del 20 novembre costituirà il primo banco di prova concreto per verificare se l’apertura del governo britannico potrà tradursi in nuovi accordi.
Resta invece aperta la questione più ampia del futuro rapporto tra Londra e l’Unione europea. La possibilità di una nuova adesione, per ora soltanto un’ipotesi di lungo periodo, dipenderà dall’evoluzione del confronto politico e dalla volontà dei cittadini.
A dieci anni dal referendum del 2016, la Brexit torna così al centro del dibattito nazionale, con un governo che propone di superare alcune delle barriere create dalla separazione e un’opposizione determinata a difendere l’indirizzo scelto dagli elettori.
