L’Unione europea respinge le nuove restrizioni annunciate da Washington e considera il ricorso allo Statuto di blocco per proteggere le imprese europee. Sei mesi per trovare un’intesa diplomatica. Sullo sfondo, il Nobel per la Pace a Navi Pillay e le tensioni tra la Casa Bianca e le istituzioni internazionali.
BRUXELLES – Si apre un nuovo fronte di tensione nei rapporti tra Unione europea e Stati Uniti, questa volta sul futuro della giustizia penale internazionale. Bruxelles ha chiesto formalmente a Washington di ritirare le sanzioni contro la Corte penale internazionale (Cpi), annunciando la disponibilità ad adottare tutte le misure necessarie per salvaguardarne l’indipendenza e consentirle di proseguire la propria attività.
La presa di posizione europea arriva dopo la decisione dell’amministrazione di Donald Trump di estendere le restrizioni americane all’istituzione giudiziaria con sede all’Aia, già destinataria di precedenti provvedimenti contro alcuni suoi funzionari.
A preoccupare le capitali europee sono soprattutto le possibili conseguenze delle sanzioni sull’operatività quotidiana del tribunale, dalle transazioni finanziarie ai servizi informatici, fino ai rapporti con le società internazionali che ne garantiscono il funzionamento.
Il confronto, tuttavia, non è ancora arrivato a una rottura definitiva. Il periodo transitorio di sei mesi previsto dalle autorità americane offre uno spazio per cercare una soluzione negoziata ed evitare conseguenze più gravi.
L’Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha espresso il profondo rammarico dei Ventisette per la decisione statunitense, riaffermando il sostegno alla Corte penale internazionale e al sistema di giustizia istituito dallo Statuto di Roma.
Nella dichiarazione diffusa il 10 ottobre a nome dell’Unione europea, Bruxelles ha sottolineato l’importanza di proteggere il mandato del tribunale e l’autonomia delle sue funzioni giudiziarie.
La posizione europea si fonda sul principio secondo cui la responsabilità individuale per i crimini internazionali più gravi deve poter essere accertata attraverso procedimenti indipendenti dalle pressioni politiche.
Allo stesso tempo, Kallas ha accolto positivamente la disponibilità americana a discutere le proprie preoccupazioni con gli Stati che aderiscono allo Statuto di Roma.
Il rinvio dell’applicazione piena delle misure viene considerato un’opportunità per ottenere una loro revoca ed evitare ulteriori provvedimenti che possano compromettere l’integrità dell’istituzione.
La strategia europea si muove dunque su due binari: mantenere aperto il dialogo con Washington e preparare strumenti di protezione nel caso in cui la trattativa non produca risultati.
Il provvedimento annunciato il 9 ottobre dal segretario di Stato americano Marco Rubio rappresenta un significativo inasprimento della pressione esercitata dagli Stati Uniti sulla Corte.
Washington ha deciso di colpire non soltanto singoli magistrati e funzionari, ma anche il tribunale come istituzione, introducendo restrizioni destinate a incidere sui suoi rapporti economici e commerciali.
Le misure prevedono limitazioni alle transazioni con soggetti statunitensi e all’accesso a determinati servizi finanziari e tecnologici americani.
Le conseguenze potrebbero essere particolarmente rilevanti per un organismo internazionale che, pur avendo sede nei Paesi Bassi, opera attraverso una rete di fornitori, sistemi di pagamento e infrastrutture digitali con collegamenti globali.
Le restrizioni potrebbero complicare il pagamento degli stipendi, i trasferimenti bancari, la gestione dei contratti e l’acquisizione di servizi indispensabili allo svolgimento delle indagini.
Il Dipartimento del Tesoro statunitense ha previsto alcune autorizzazioni ed eccezioni specifiche, tra cui quelle relative a determinati servizi di telecomunicazione e software, ai pagamenti pensionistici e alle attività legate ai detenuti della Corte.
Non si tratta, quindi, di un blocco indistinto di qualsiasi servizio. Rimane tuttavia concreto il rischio che banche e imprese, per evitare conseguenze sul mercato americano, decidano di interrompere anche rapporti consentiti dalle disposizioni applicabili.
Il periodo di sei mesi consente la progressiva conclusione di alcune relazioni commerciali, ma non deve essere interpretato come una sospensione generalizzata di ogni effetto delle sanzioni.
Tra le ipotesi allo studio dell’Unione europea figura il ricorso al cosiddetto Blocking Statute, lo Statuto di blocco, uno strumento giuridico introdotto nel 1996 per proteggere gli operatori europei dagli effetti extraterritoriali di determinate sanzioni adottate da Paesi terzi.
La possibilità di utilizzare questo meccanismo contro le nuove misure americane è stata rilanciata dal ministro degli Esteri belga Maxime Prévot.
Il regolamento europeo 2271/96 permette, per le disposizioni straniere espressamente incluse nel suo campo di applicazione, di impedire alle imprese europee di adeguarsi automaticamente alle restrizioni e di neutralizzare nell’Unione gli effetti di determinate decisioni giudiziarie straniere.
La normativa prevede inoltre la possibilità, per gli operatori economici danneggiati, di chiedere il risarcimento dei pregiudizi subiti.
Per applicare concretamente questo strumento alle nuove sanzioni americane contro la Corte sarebbe tuttavia necessario un intervento sulle disposizioni attualmente coperte dal regolamento.
L’efficacia della misura presenterebbe comunque alcuni limiti. Le imprese europee con importanti interessi commerciali negli Stati Uniti potrebbero trovarsi di fronte a obblighi difficili da conciliare, mentre il regolamento non sarebbe sufficiente a obbligare le società americane a continuare a fornire servizi alla Corte.
La Commissione europea dovrà quindi valutare attentamente le conseguenze economiche e giuridiche di un eventuale intervento, anche per evitare che la protezione dell’istituzione giudiziaria esponga le aziende europee a nuovi rischi.
Alla base dello scontro si trova una divergenza fondamentale sul ruolo della giustizia penale internazionale.
Gli Stati Uniti non hanno aderito allo Statuto di Roma, il trattato che ha istituito la Corte penale internazionale, entrata in funzione nel 2002.
L’amministrazione Trump contesta in particolare la possibilità che il tribunale eserciti la propria giurisdizione su cittadini americani o di Paesi alleati, come Israele, senza il consenso dei rispettivi governi.
Annunciando le nuove sanzioni, il segretario di Stato Marco Rubio ha accusato la Corte di oltrepassare i propri poteri, sostenendo che Washington non intende riconoscerne l’autorità sui cittadini statunitensi.
Gli Stati Uniti chiedono, tra l’altro, l’interruzione delle indagini riguardanti propri cittadini e la cancellazione dei mandati di arresto contro esponenti della leadership israeliana.
L’Unione europea difende invece il principio di complementarità previsto dallo Statuto di Roma, secondo cui la Corte interviene quando le autorità nazionali competenti non intendono o non sono effettivamente in grado di svolgere indagini e procedimenti sui crimini più gravi.
La giurisdizione della Cpi può inoltre derivare, in determinate circostanze, dal territorio sul quale i presunti crimini sono stati commessi, anche quando gli indagati appartengono a uno Stato che non ha aderito al trattato.
È proprio questa diversa interpretazione dei limiti della giurisdizione internazionale a rendere particolarmente difficile la ricerca di un compromesso.
La decisione statunitense ha provocato la dura reazione degli organismi che rappresentano gli Stati aderenti alla Corte.
In una dichiarazione ufficiale del 10 ottobre, l’Ufficio di presidenza dell’Assemblea degli Stati parte dello Statuto di Roma ha espresso profondo rammarico per l’estensione delle sanzioni all’istituzione nel suo complesso.
Secondo l’Assemblea, le misure coercitive costituiscono un tentativo di ostacolare l’esercizio indipendente delle funzioni giudiziarie del tribunale.
Il documento richiama la necessità di proteggere non soltanto i giudici e i magistrati, ma anche tutti coloro che contribuiscono allo svolgimento delle indagini e dei procedimenti.
La Corte è incaricata di perseguire le responsabilità individuali per genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e, nei limiti previsti dal suo Statuto, crimine di aggressione.
Le pressioni americane hanno già prodotto conseguenze anche sull’organizzazione istituzionale dell’organismo.
L’Assemblea degli Stati parte ha infatti deciso di trasferire da New York all’Aia la propria venticinquesima sessione, prevista dal 30 novembre al 7 dicembre 2026, proprio a causa delle difficoltà di partecipazione determinate dalle sanzioni statunitensi e dalle limitazioni sui visti.
Una decisione che evidenzia come le restrizioni non rappresentino soltanto una controversia politica, ma incidano concretamente sul funzionamento delle istituzioni internazionali.

La crisi diplomatica si è intensificata nelle stesse ore in cui il Comitato norvegese per il Nobel annunciava l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2026 a Navi Pillay, giurista sudafricana ed ex Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Pillay, che ha ricoperto anche l’incarico di giudice della Corte penale internazionale, è stata premiata per il suo contributo alla promozione del diritto internazionale e alla lotta contro l’impunità.
La sua carriera comprende importanti esperienze nella giustizia internazionale e nella difesa dei diritti umani, compreso il lavoro svolto nell’ambito delle Nazioni Unite sulle violazioni commesse nei territori palestinesi.
Nel 2025, una commissione d’inchiesta indipendente dell’Onu da lei presieduta aveva concluso che Israele fosse responsabile di genocidio nella Striscia di Gaza, una valutazione respinta dal governo israeliano.
Il riconoscimento ha provocato una reazione particolarmente critica da parte di Donald Trump, che ha contestato la scelta del Comitato norvegese e ha ribadito di ritenere di meritare personalmente il premio per le proprie iniziative diplomatiche.
Il presidente americano ha accusato il Comitato Nobel di aver compromesso la credibilità del riconoscimento e ha rivolto dure critiche alla Norvegia.
Pillay, dal canto suo, ha definito inaccettabili le sanzioni americane contro la Corte, sostenendo la necessità di proteggere l’indipendenza dei magistrati internazionali.
L’annuncio delle nuove misure statunitensi è arrivato poche ore dopo l’assegnazione del Nobel. Tuttavia, secondo fonti diplomatiche citate dall’agenzia EFE, Washington aveva già programmato il provvedimento prima della comunicazione del premio. La coincidenza temporale non dimostra quindi, da sola, che le sanzioni siano state decise come ritorsione per la vittoria di Pillay.
Il confronto sulla Corte penale internazionale si inserisce in una più ampia fase di tensione tra l’amministrazione americana e alcune delle principali istituzioni multilaterali.
Trump ha espresso critiche anche nei confronti delle Nazioni Unite e, secondo ricostruzioni giornalistiche, starebbe valutando con particolare attenzione i profili dei candidati alla successione di António Guterres.
L’attuale segretario generale dell’Onu terminerà il proprio mandato il 31 dicembre 2026 e il suo successore dovrebbe assumere l’incarico il 1° gennaio 2027.
La scelta della nuova guida dell’organizzazione richiederà il coinvolgimento del Consiglio di sicurezza, nel quale gli Stati Uniti dispongono del diritto di veto, e dell’Assemblea generale.
Il peso di Washington sarà quindi determinante, ma la procedura non attribuisce al presidente americano il potere di scegliere unilateralmente il nuovo segretario generale.
Il confronto sulla governance delle istituzioni internazionali si aggiunge così alle tensioni già esistenti sui conflitti in Medio Oriente e sulla portata della giurisdizione penale internazionale.
Il calendario delle sanzioni rappresenta ora l’elemento centrale della strategia europea.
Il termine del periodo transitorio è fissato al 9 aprile 2027. Bruxelles intende utilizzare questi mesi per confrontarsi con Washington e individuare possibili soluzioni che consentano alla Corte di continuare a operare senza interferenze esterne.
Nel frattempo, le istituzioni europee dovranno valutare come rafforzare la resilienza finanziaria e tecnologica del tribunale, riducendo i rischi legati alla dipendenza da servizi sottoposti alla giurisdizione statunitense.
Il problema investe direttamente anche le imprese private: banche, società informatiche, assicurazioni e fornitori di servizi potrebbero essere chiamati a scegliere come gestire rapporti commerciali che coinvolgono un organismo internazionale sottoposto a restrizioni americane.
La soluzione negoziale rimane la prima opzione sostenuta dall’Unione europea, ma l’eventuale ricorso allo Statuto di blocco dimostra che Bruxelles sta considerando anche una risposta giuridica.
La posta in gioco supera il confronto tra Stati Uniti e Unione europea: riguarda la capacità delle istituzioni giudiziarie internazionali di svolgere il proprio mandato indipendentemente dalle pressioni delle grandi potenze.
Le prossime settimane chiariranno se la finestra diplomatica aperta da Washington potrà condurre a un compromesso oppure se il confronto sulle sanzioni si trasformerà in un nuovo terreno di scontro transatlantico, con conseguenze sul futuro della Corte penale internazionale e sull’intero sistema della giustizia internazionale.