La crisi in Medio Oriente si allarga e lo Stretto di Hormuz diventa il nuovo epicentro dello scontro internazionale. Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone hanno annunciato la disponibilità a contribuire a iniziative per garantire la sicurezza della navigazione nello stretto, snodo strategico per il commercio mondiale di petrolio e gas. Il gruppo, ribattezzato informalmente quello dei “volenterosi”, punta a preparare una possibile missione multilaterale, ma solo a condizione che si arrivi prima a una tregua.
L’Iran ha reagito duramente, avvertendo che qualsiasi Paese che aiuterà Stati Uniti e Israele sarà considerato “complice dell’aggressione”, con conseguenze imprevedibili. La tensione resta quindi altissima, mentre la comunità internazionale tenta di evitare un’escalation che potrebbe coinvolgere tutta la regione.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “sconsiderata” l’escalation che ha colpito anche infrastrutture energetiche iraniane e ha proposto un cessate-il-fuoco tra la fine del Ramadan e la Pasqua. Anche il segretario generale della NATO, Mark Rutte, sta cercando di ricucire i rapporti con Donald Trump, irritato per quello che considera un sostegno tardivo degli alleati alla missione nello stretto.
All’interno dell’Unione Europea, tuttavia, il dossier iraniano divide profondamente i governi. Nelle bozze del vertice europeo non compaiono riferimenti diretti né agli Stati Uniti né a Israele, segno delle difficoltà nel trovare una linea comune tra i 27. Il segretario generale dell’ONU Antonio Guterres ha invitato tutte le parti a fermare il conflitto: “È tempo che la diplomazia prevalga sulla legge della forza”.
Il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto ha chiarito che non esiste alcuna missione militare imminente: l’Italia, ha spiegato, parteciperebbe solo a un’iniziativa multilaterale sotto mandato delle Nazioni Unite e dopo una tregua. Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato di un documento politico e non di un’operazione di guerra. Contraria invece l’opposizione, con Giuseppe Conte che ha escluso il coinvolgimento italiano in una missione nello stretto.
Sul fronte militare, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che dopo settimane di raid l’Iran non sarebbe più in grado di arricchire uranio né di produrre missili balistici. Israele, ha aggiunto, continuerà le operazioni finché sarà necessario e sta collaborando con gli Stati Uniti per riaprire lo Stretto di Hormuz.
Secondo il governo israeliano, gli attacchi mirano a impedire che Teheran sviluppi armi nucleari e capacità missilistiche avanzate. L’Iran, dal canto suo, ha minacciato di colpire infrastrutture energetiche nella regione se gli attacchi continueranno, mentre nuovi raid e sabotaggi hanno colpito raffinerie e impianti petroliferi tra Israele, Qatar, Kuwait e Arabia Saudita.
Il blocco dello Stretto di Hormuz ha già avuto effetti sui mercati, con forti rialzi del prezzo del petrolio e timori per le forniture energetiche. Dallo stretto passa infatti una quota decisiva del petrolio mondiale, e un conflitto prolungato potrebbe avere conseguenze pesanti sull’economia globale.
La priorità per la diplomazia internazionale resta quindi evitare l’allargamento della guerra. Ma tra minacce, raid e divisioni tra alleati, la crisi appare ancora lontana da una soluzione.










