Dalle tensioni sulla riforma della Giustizia nasce un tentativo di riavvicinamento tra il governo guidato da Giorgia Meloni e la magistratura. Dopo la bocciatura referendaria, il Ministero della Giustizia avvia una fase nuova, segnata da toni più concilianti e dall’uscita di scena delle figure considerate più rigide nello scontro con le toghe, come la capo di gabinetto Giusi Bartolozzi e il sottosegretario Andrea Delmastro.
A fare il primo passo è stato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha riconosciuto il peso politico della sconfitta al referendum, sottolineando che le battute d’arresto “si pagano” ma confermando la volontà di proseguire con il programma di riforme entro la fine dell’anno. Le sue parole sono state interpretate come un segnale di apertura dopo mesi di contrapposizione frontale tra esecutivo e magistrati.
Il messaggio è stato raccolto dall’Associazione Nazionale Magistrati, che si è detta pronta a ripartire dal confronto già avviato nel marzo 2025, quando era stato fissato un primo incontro a Palazzo Chigi poi rimasto senza seguito a causa dello scontro sulla separazione delle carriere e sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura.
Il segretario generale dell’ANM, Rocco Maruotti, ha chiarito che l’associazione non intende svolgere un ruolo politico ma vuole contribuire al miglioramento del sistema giudiziario, lavorando su temi concreti come l’organizzazione degli uffici, le carenze di organico e l’efficienza degli strumenti informatici.
A favorire il clima di distensione è intervenuto anche il viceministro della Giustizia Francesco Paolo Sisto, che ha parlato della possibilità di aprire “nuovi percorsi” nei rapporti tra politica e magistratura, coinvolgendo anche il Consiglio nazionale forense nelle scelte sulle riforme. Sisto ha ricordato che durante la campagna referendaria l’ANM non si è opposta alla necessità di riformare la giustizia, pur contestando il metodo scelto, e ha indicato proprio in questa posizione un punto di partenza per un confronto costruttivo.
L’obiettivo, secondo fonti di governo, non è quello di fare concessioni unilaterali ma di avviare un tavolo di confronto che possa portare almeno a una stabilizzazione dei rapporti fino alla fine della legislatura, dopo oltre un anno di polemiche e scontri istituzionali.
Parallelamente, anche all’interno dell’ANM si apre una fase di riorganizzazione dopo le dimissioni del presidente Cesare Parodi, presentate subito dopo il voto referendario. Nei prossimi giorni i vertici dell’associazione dovranno decidere se nominare soltanto un nuovo presidente oppure rinnovare l’intera giunta.
Resta inoltre aperto il tema del cosiddetto “correntismo” nella magistratura, questione che l’associazione riconosce come centrale per la credibilità dell’ordine giudiziario e che dovrà essere affrontata con maggiore trasparenza e regole più rigorose.
Il risultato del referendum, dunque, oltre ad aver fermato la riforma, sembra aver creato le condizioni per un dialogo finora impossibile, aprendo una fase in cui governo e magistrati tentano di ricostruire un rapporto meno conflittuale e più orientato alle riforme condivise.










