Alla conferenza ONU sulla soluzione a due Stati, il premier palestinese Mohammad Mustafa ha lanciato un appello forte: Hamas deve deporre le armi, rilasciare gli ostaggi e rinunciare al controllo di Gaza. La sua visione prevede una riunificazione della Striscia di Gaza con la Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, sotto l’egida dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e senza occupazione israeliana, insediamenti o assedi.
Mustafa ha aperto alla possibilità che Hamas trasferisca le armi all’ANP, affermando che questa è pronta a collaborare con una forza araba per stabilizzare Gaza nel dopoguerra. Tuttavia, Israele continua a respingere il ruolo centrale dell’ANP, assimilandola ad Hamas, mentre paesi come gli Emirati Arabi Uniti condizionano il loro supporto alla sua presenza.
Nel frattempo, dagli Stati Uniti arrivano parole inaspettatamente critiche da Donald Trump, che in un incontro con il premier britannico Keir Starmer ha riconosciuto la gravissima crisi umanitaria a Gaza, in particolare tra i bambini. Contrariamente alle dichiarazioni di Netanyahu, Trump ha affermato: “A Gaza la fame è reale”, sottolineando la responsabilità di Israele nel bloccare gli aiuti e promettendo nuovi centri di distribuzione alimentare, non gestiti da enti discussi come la Gaza Humanitarian Foundation.
Trump ha anche chiesto un cessate il fuoco e denunciato Hamas per l’uso degli ostaggi israeliani come “scudi umani”. Ha inoltre accusato l’Iran di aver ostacolato i negoziati a Doha, ma ha ribadito che la tregua resta ancora possibile.
La situazione sul campo rimane tragica: la fame e i raid israeliani continuano a causare morti, e in Cisgiordania si moltiplicano gli attacchi dei coloni, come nel villaggio cristiano di Taybeh, dove le violenze sono state definite “terroristiche” dalla Chiesa cattolica. Di fronte a questi scenari, l’Unione Europea valuta la sospensione parziale della partecipazione di Israele al programma Horizon, mentre cresce il fronte internazionale che spinge per il riconoscimento dello Stato palestinese, con Francia e Santa Sede in prima linea.
Starmer, sotto pressione interna, riflette se seguire l’esempio francese e rompere gli indugi sul riconoscimento unilaterale della Palestina. Trump, invece, non prende posizione, ma non ostacola un’iniziativa britannica in tal senso.
Infine, due storiche organizzazioni pacifiste israeliane, B’Tselem e Medici per i Diritti Umani, hanno rotto un tabù, parlando apertamente di “genocidio” a Gaza. Una denuncia che amplifica il grido d’allarme sulla catastrofe umanitaria in corso e sull’urgenza di una soluzione politica concreta.
Mentre sul terreno la crisi peggiora, si moltiplicano le pressioni per una soluzione politica duratura: due Stati, fine dell’occupazione, cessate il fuoco immediato. Ma tra accuse incrociate, ostaggi, e leadership divise, la strada per la pace appare ancora lunga e incerta.










