A Ceuta cresce la tensione dopo l’ondata di arrivi di migranti provenienti dal Marocco. Dopo il massiccio tentativo di ingresso dei giorni scorsi, molti giovani sono rimasti nell’enclave spagnola nascosti tra scalinate, colline e strutture abbandonate, in attesa di capire quale sarà il loro destino.
Tra loro c’è Muhad, 20 anni, arrivato a nuoto insieme a un amico. Il viaggio è costato la vita a Mohamed, un ragazzo di 19 anni che non è riuscito a raggiungere la costa. “Gridavo per aiutarlo, ma non ce l’ho fatta”, ha raccontato Muhad, mentre la famiglia della vittima non sarebbe ancora stata informata della tragedia.
Secondo l’Associazione marocchina per i diritti umani, le vittime legate agli ultimi tentativi di attraversamento sarebbero oltre 130, con numerosi dispersi, anche se non sono ancora arrivati dati ufficiali dalle autorità. Nel frattempo, il centro di accoglienza di Ceuta resta sovraffollato e molti migranti preferiscono rimanere nascosti per evitare il rimpatrio.
La maggior parte degli arrivati è composta da giovani marocchini, ma tra loro ci sono anche persone provenienti dal Sudan e dall’Africa subsahariana, in fuga da guerre e situazioni di estrema difficoltà, che sperano di poter presentare domanda di asilo.
Dietro l’emergenza umanitaria emergono storie di speranza e disperazione. Muhad racconta di voler costruire un futuro migliore e di voler raggiungere alcuni parenti in Europa: “Non sono venuto per rubare, voglio lavorare. Ho imparato il mestiere di elettricista e parlo anche italiano e spagnolo”.
La popolazione locale vive sentimenti contrastanti. C’è chi, come alcuni volontari, distribuisce acqua e aiuti ai ragazzi nascosti: “Arrivano senza nulla e spesso non mangiano da giorni. Come si può negare loro una bottiglia d’acqua?”. Altri residenti, invece, ammettono di vivere con preoccupazione una situazione mai vista prima, caratterizzata da arrivi di massa e grande incertezza.
La crisi di Ceuta riporta al centro il tema di una frontiera diventata negli anni simbolo delle tensioni migratorie tra Europa e Africa. Secondo gli operatori umanitari, il fenomeno non può essere affrontato soltanto attraverso la sicurezza e i controlli, ma richiede anche risposte politiche e sociali.
L’associazione Caminando Fronteras ha lanciato un appello per garantire protezione soprattutto ai minori rimasti senza assistenza: “Non è accettabile che bambini e adolescenti siano costretti a dormire per strada”.










