A 72 ore dal lancio dell’operazione militare “Epic Fury”, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è tornato a parlare pubblicamente rivendicando i primi risultati dell’offensiva contro l’Iran. Nel corso di una cerimonia alla Casa Bianca per la consegna della Medaglia della Libertà a veterani di guerra, il capo della Casa Bianca ha dichiarato che l’operazione “sta andando meglio del previsto”, nonostante la morte di quattro soldati americani.

Trump ha sostenuto che la leadership iraniana sarebbe stata neutralizzata “in un’ora”, a fronte di un piano iniziale che prevedeva quattro settimane di operazioni. “Siamo molto in anticipo sulla tabella di marcia”, ha affermato, ribadendo che gli Stati Uniti dispongono delle capacità per prolungare l’intervento oltre i tempi stimati.

Il presidente ha delineato quattro obiettivi strategici dell’operazione:

Distruggere le capacità missilistiche dell’Iran.

Annientare la marina militare di Teheran – secondo Trump, dieci navi sarebbero già state affondate.

Impedire definitivamente all’Iran di ottenere un’arma nucleare.

Fermare il sostegno del regime a gruppi armati attivi fuori dai confini nazionali.

Trump ha inoltre ribadito la sua convinzione che Teheran fosse vicina a dotarsi di missili in grado di colpire l’Europa e basi statunitensi nella regione, e in prospettiva anche il territorio americano. La decisione di attaccare, presa dopo i colloqui di Ginevra e comunicata al Pentagono il 27 febbraio, è stata definita “l’ultima e migliore occasione” per fermare quella che ha descritto come una minaccia “chiara e colossale”.

Il presidente ha anche difeso la sua scelta del 2018 di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano negoziato da Barack Obama, definendolo “un’intesa orribile e pericolosa”.

Trump non ha escluso l’invio di soldati americani in Iran: “Probabilmente non ne abbiamo bisogno, ma ci saranno se necessario”, ha dichiarato, evitando però impegni categorici.

Le sue parole si intrecciano con quelle del segretario alla Difesa Pete Hegseth, che dal Pentagono ha precisato che la guerra “non è stata avviata per un cambio di regime”, pur ammettendo che “di fatto il regime è cambiato”, una frase che ha alimentato dubbi e interpretazioni sulla reale portata degli obiettivi americani.

Sul fronte interno, cresce la polemica politica. Un sondaggio Reuters/Ipsos – condotto prima dell’annuncio delle perdite americane – indica che solo un cittadino statunitense su quattro sostiene la guerra. I democratici spingono per una risoluzione sui poteri di guerra, mentre il segretario di Stato Marco Rubio, insieme al direttore della CIA John Ratcliffe e al generale Dan Caine, ha informato i leader del Congresso sull’andamento delle operazioni.

Dal lato iraniano, la tensione resta altissima. Le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, minacciando di colpire qualsiasi nave tenti di attraversarlo, un passaggio strategico per il traffico energetico mondiale.

Il governo di Teheran ha invitato la popolazione a scendere in piazza in sostegno della Repubblica Islamica e per rendere omaggio alla Guida Suprema Ali Khamenei, uccisa nei raid statunitensi.

Nel frattempo, l’esercito israeliano (Idf) ha fatto sapere di collaborare con diversi Paesi della regione, anche sulla scia degli Accordi di Abramo, e stima che entro “due o tre giorni” gli attacchi iraniani possano ridursi significativamente grazie alla distruzione di lanciatori e missili.

La Giordania ha annunciato la chiusura parziale e temporanea del proprio spazio aereo, segnale ulteriore di una crisi che sta rapidamente assumendo una dimensione regionale.

Mentre Washington rivendica successi militari e Teheran promette ritorsioni, il conflitto si avvia verso una fase potenzialmente ancora più intensa, con il rischio concreto di un allargamento dello scontro ben oltre i confini iraniani.