Giuseppe Poggi e Rita Preda ospiti a “Verissimo”: «Per noi il colpevole resta Stasi finché la giustizia non dirà altro». Il dolore per il nuovo assedio mediatico e la difesa della memoria della figlia
Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, Giuseppe Poggi e Rita Preda tornano davanti alle telecamere. Lo fanno non tanto per entrare nel merito delle nuove perizie, delle tracce genetiche e degli elementi che la Procura di Pavia ha raccolto nella nuova indagine sul delitto di Garlasco, quanto per riportare al centro della vicenda la loro figlia.
Ospiti domenica 4 ottobre a “Verissimo”, su Canale 5, i genitori della ventiseienne uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia hanno spiegato il motivo della loro scelta: dopo mesi di trasmissioni, indiscrezioni e nuove ricostruzioni del caso, sentono che di Chiara, della sua vita e della persona che era si sia parlato troppo poco.
Sul piano giudiziario la posizione della famiglia Poggi non cambia. Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione per l’omicidio di Chiara e, fino a quando una decisione della giustizia non dovesse modificare questo quadro, per Giuseppe e Rita resta lui il responsabile.
«A noi la giustizia ha dato un colpevole, per noi è Stasi. Se questa nuova indagine, questa procura ci darà un nuovo colpevole, ne prenderemo atto», hanno spiegato.
Giuseppe Poggi ha ricordato il lungo percorso processuale affrontato dalla famiglia: cinque giudizi nell’arco di otto anni. Per questo, ha osservato, l’apertura di una nuova indagine non può essere sufficiente, da sola, a cancellare immediatamente quanto stabilito da una sentenza definitiva.
«Non è che ci intestardiamo», ha chiarito il padre di Chiara. Se la giustizia dovesse arrivare a conclusioni diverse, la famiglia ne prenderà atto. Ma, fino a quel momento, il punto di riferimento rimane la decisione definitiva pronunciata nei confronti di Stasi.
La precisazione arriva in una fase particolarmente delicata dell’inchiesta. Il 28 settembre la Procura di Pavia ha nuovamente chiuso le indagini nei confronti di Andrea Sempio, amico di Marco Poggi all’epoca dei fatti e oggi unico indagato nel nuovo filone per l’omicidio. Nel fascicolo sono confluite, tra l’altro, nuove consulenze su impronte e Dna. La chiusura delle indagini costituisce un passaggio procedurale verso l’eventuale richiesta di processo e non equivale naturalmente a una dichiarazione di colpevolezza: Sempio resta presunto innocente.
Gli atti sono stati inoltre trasmessi alla Procura generale di Milano, chiamata a valutare il materiale anche in relazione all’eventuale percorso di revisione della condanna di Stasi.
Durante l’intervista Giuseppe e Rita Poggi hanno affrontato anche una delle insinuazioni circolate negli ultimi mesi: quella secondo cui la famiglia avrebbe interesse a difendere la validità della condanna di Stasi per non dover restituire il risarcimento ricevuto.
I Poggi hanno spiegato che le somme sono custodite su un conto corrente intestato ai genitori e al figlio Marco e che, qualora una futura decisione giudiziaria imponesse di restituirle, lo farebbero.
Giuseppe Poggi ha precisato che Stasi versa sul conto una quota di quanto guadagna con il proprio lavoro. «Se dovremo ridarlo lo ridaremo», hanno ribadito i genitori di Chiara, respingendo quindi l’idea che la loro posizione sul processo sia determinata da motivazioni economiche.
Stasi, condannato definitivamente a 16 anni, dal giugno scorso non si trova più in carcere: il Tribunale di Sorveglianza di Milano gli ha concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali, misura alternativa con la quale sta scontando la parte residua della pena. La decisione non ha modificato la sentenza di condanna e non è collegata all’eventuale procedimento di revisione.
Ma è soprattutto il ritorno del caso Garlasco al centro dell’attenzione televisiva e giornalistica ad aver segnato profondamente la famiglia.
Giuseppe Poggi ha parlato di un vero e proprio «circo mediatico», diventato particolarmente pesante nell’ultimo anno e mezzo. Rita Preda ha raccontato di aver contato, in una sola giornata, sette trasmissioni televisive dedicate alla vicenda.
«Sembra che esista solo Garlasco come notizia», ha detto la madre di Chiara, spiegando di non riuscire più a seguire tutto ciò che viene trasmesso e pubblicato sul caso.
Il peso maggiore, secondo i genitori, non deriva però dall’esistenza delle indagini. Entrambi hanno ribadito di non essersi mai opposti a nuovi accertamenti. A ferirli sono invece la continua esposizione della vita familiare, la diffusione delle intercettazioni e le ricostruzioni che, a loro giudizio, finiscono per trascinare nella vicenda anche Chiara e il fratello Marco.
La famiglia rivendica il diritto degli investigatori ad approfondire ogni elemento, ma chiede che venga distinto il lavoro giudiziario dalla spettacolarizzazione di ipotesi non ancora provate.
In questi mesi anche Marco Poggi, fratello di Chiara, è tornato al centro di numerose ricostruzioni mediatiche. Per Giuseppe e Rita questo rappresenta un ulteriore elemento di sofferenza.
Dopo aver perso una figlia, spiegano, si sono trovati ancora una volta a dover proteggere il figlio rimasto dalle conseguenze di un caso giudiziario che sembra non riuscire a trovare una conclusione definitiva.
È anche per questo che i genitori hanno deciso di intervenire pubblicamente: non per interferire con le indagini, ma per chiedere maggiore cautela davanti a interpretazioni e ricostruzioni che riguardano persone reali e una famiglia segnata da una perdita irreversibile.
Nella parte più personale dell’intervista, il delitto lascia spazio alla ragazza.
Giuseppe e Rita hanno ricordato Chiara prima che il suo nome diventasse sinonimo di uno dei casi giudiziari più discussi d’Italia: una giovane riservata, molto legata allo studio e alla famiglia, con progetti professionali e una quotidianità fatta di piccoli gesti.
Tra i ricordi rimasti sospesi c’è quello dei jeans acquistati poco prima delle vacanze estive e lasciati nella sua stanza perché dovevano essere accorciati.
Quando la famiglia poté rientrare nella villetta di Garlasco, rimasta sotto sequestro per circa otto mesi, quei pantaloni erano ancora lì. Rita Preda ha raccontato che proprio il ritorno a casa le fece comprendere pienamente che la figlia non sarebbe tornata.
«Nella sua camera c’era ancora tutto», aveva ricordato già poche settimane fa durante un incontro alla Triennale di Milano.
Un dettaglio apparentemente ordinario che, diciannove anni dopo, continua a raccontare Chiara meglio di molte ricostruzioni processuali: una vita improvvisamente interrotta e una famiglia rimasta a confrontarsi con ciò che era rimasto immobile.
Parlando di Andrea Sempio, i genitori di Chiara hanno mantenuto un atteggiamento prudente. Era uno degli amici frequentati da Marco Poggi e veniva nella casa di famiglia.
Giuseppe Poggi ha spiegato di non ricordare di averlo incontrato personalmente nella villetta, anche se il figlio gli aveva riferito che Sempio la frequentava più volte alla settimana. La famiglia lo considerava, all’epoca, un normale amico di Marco.
Oggi sarà la nuova indagine della Procura di Pavia e, qualora si arrivi a un processo, saranno i giudici a valutare gli elementi raccolti dagli investigatori. La posizione della famiglia rimane quella di non opporsi ad alcun approfondimento.
I Poggi hanno ricordato anche che nei primi tempi successivi al delitto non avevano immediatamente maturato la convinzione della responsabilità di Alberto Stasi.
Prima del suo arresto, Stasi continuava ad avere rapporti con la famiglia e, secondo il racconto di Giuseppe Poggi, si recava anche con loro al cimitero a trovare Chiara. Con il procedere delle indagini e il mutare della sua posizione giudiziaria, i rapporti furono poi interrotti.
Quanto alla possibilità di incontrarlo oggi, Giuseppe Poggi non ha nascosto le proprie perplessità. Nessuno avrebbe mai avanzato formalmente questa richiesta e, al momento, il padre di Chiara non ritiene che ci siano le condizioni per farlo.
È proprio su questo punto che si concentra il significato dell’intervista.
Giuseppe Poggi e Rita Preda non chiedono che le indagini vengano fermate. Al contrario, ricordano di aver sempre voluto che ogni elemento utile venisse verificato, anche durante gli anni dei processi: tracce genetiche, capelli, reperti e ogni possibile dato capace di contribuire alla ricostruzione del delitto.
Ciò che chiedono è che l’accertamento della verità giudiziaria non trasformi nuovamente la vita privata della famiglia in uno spettacolo permanente.
La Procura di Pavia continuerà il proprio percorso, la difesa di Andrea Sempio potrà contestare gli elementi raccolti e la giustizia dovrà stabilire se il nuovo fascicolo porterà o meno a un processo. Parallelamente, resta sullo sfondo la possibile revisione della condanna di Alberto Stasi, che al momento rimane pienamente valida.
Per Giuseppe e Rita Poggi, però, oltre le perizie, le impronte e le nuove ipotesi investigative rimane soprattutto una richiesta.
Che Chiara torni a essere ricordata per ciò che era e non soltanto come la vittima del “delitto di Garlasco”.
«Vorremmo solo che alla fine questa storia fosse finita. Dopo diciannove anni è ora che finisca, anche per rispetto di Chiara. Chiara ha diritto di riposare in pace».










