Nuove accuse di gravi violazioni dei diritti umani arrivano dall’Iran e riguardano il carcere di Evin, il più noto penitenziario della Repubblica islamica, simbolo della repressione contro oppositori politici, attivisti e giornalisti. Secondo il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (NCRI), la situazione all’interno della prigione sarebbe diventata ancora più drammatica nelle ultime settimane, con celle saldate, personale assente e detenuti lasciati in condizioni estremamente pericolose.
Le denunce parlano di porte metalliche chiuse con saldature per impedire rivolte o fughe in un momento di forte instabilità nel Paese. Una misura che, secondo gli attivisti, potrebbe trasformarsi in una condanna a morte in caso di incendio, bombardamento o crollo della struttura. Il timore è legato anche al fatto che in passato la prigione è stata colpita durante operazioni militari, alimentando il rischio che i detenuti possano restare intrappolati senza possibilità di fuga.
Il comitato femminile dell’NCRI denuncia da tempo condizioni di vita sempre più difficili, in particolare per le circa duecento donne recluse a Evin. Secondo le testimonianze raccolte, i prigionieri sarebbero stati privati di beni essenziali e avrebbero subito un forte peggioramento dei servizi sanitari, medici e farmaceutici, in un contesto di grave sovraffollamento. Alla precarietà delle condizioni si aggiungerebbe anche la riduzione del personale penitenziario, con molte guardie assenti a causa del clima di tensione e della situazione di guerra.
Fonti indipendenti riferiscono che in alcune sezioni del carcere la presenza delle autorità sarebbe ormai minima, con pochi agenti rimasti a sorvegliare centinaia di detenuti. Per evitare disordini, le autorità avrebbero quindi deciso di bloccare fisicamente le celle, una scelta definita dagli attivisti “estremamente pericolosa e disumana”.
Segnalazioni simili riguardano anche il grande carcere di Fashafouyeh, alla periferia di Teheran, dove le condizioni di detenzione sarebbero ancora più dure del normale. Tuttavia è Evin a restare il simbolo più oscuro della repressione iraniana. Nel corso degli anni numerose organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato torture, isolamento prolungato, percosse e abusi sessuali all’interno della struttura. Tra i detenuti passati da Evin figurano anche la premio Nobel per la Pace Narges Mohammadi e la giornalista italiana Cecilia Sala.
Secondo le informazioni diffuse dall’opposizione iraniana, negli ultimi giorni sarebbero stati liberati solo pochi prigionieri, nonostante la situazione di emergenza nel Paese. Parallelamente si registrerebbe un aumento delle esecuzioni capitali: diverse persone arrestate durante le proteste degli ultimi anni sarebbero state impiccate, mentre decine di altre rischierebbero la pena di morte.
Il quadro che emerge è quello di un sistema carcerario sempre più rigido in un momento di forte instabilità politica e militare. Dall’interno di Evin, raccontano gli attivisti, continuano a filtrare messaggi dei detenuti che chiedono sicurezza e libertà, temendo che, in caso di escalation del conflitto, le mura della prigione possano trasformarsi in una trappola senza via di uscita.










