Le proteste in Iran entrano nel quattordicesimo giorno consecutivo e assumono contorni sempre più drammatici e inediti. Nelle principali città del Paese, da Teheran a Shiraz e Tabriz, migliaia di persone continuano a scendere in piazza tra barricate improvvisate, canti contro la Guida Suprema Ali Khamenei e slogan che invocano il ritorno della monarchia. Secondo diversi osservatori, per dimensioni e intensità si tratta della mobilitazione più significativa degli ultimi tre anni, al punto che alcuni analisti iniziano a parlare apertamente di “rivoluzione”.

La risposta del regime si è fatta sempre più dura. Le autorità hanno imposto un blackout quasi totale di internet, in vigore da oltre 48 ore, e intensificato arresti e repressione. Secondo l’ong Human Rights Activists News Agency, le vittime delle proteste sarebbero almeno 65, di cui 49 civili, mentre gli arresti avrebbero superato quota 2.300. Testimonianze raccolte dalla BBC parlano di ospedali al collasso e di una capitale attraversata da violenze diffuse, sia da parte dei manifestanti sia delle forze di sicurezza.

Sul piano politico, la Guida Suprema avrebbe innalzato il livello di allerta dei pasdaran oltre quello adottato durante la recente guerra di 12 giorni con Israele, mentre il procuratore generale ha ribadito la minaccia della pena di morte per i manifestanti, definiti “mohareb”, nemici di Dio. Parallelamente, le autorità accusano Stati Uniti e Israele di orchestrare dall’estero quella che definiscono una “guerra contro la Repubblica islamica”.

La crisi ha rapidamente assunto una dimensione internazionale. Da Washington, il presidente Donald Trump ha ammonito Teheran a non sparare sui civili, minacciando conseguenze militari e dichiarando il sostegno degli Stati Uniti al “coraggioso popolo iraniano”. Secondo il Wall Street Journal, all’interno dell’amministrazione Usa sarebbero in corso discussioni preliminari su possibili opzioni militari, sebbene non vi sia ancora consenso né mobilitazione concreta. Anche l’Unione europea ha condannato la repressione, mentre la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha proposto sanzioni contro il Corpo delle guardie della rivoluzione.

A infiammare ulteriormente il clima contribuiscono voci, non confermate, sull’arrivo in Iran di miliziani iracheni a supporto delle forze dell’ordine, indiscrezioni che avrebbero già alimentato tensioni e aggressioni contro cittadini iracheni. Intanto Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià di Persia, ha lanciato appelli a intensificare le proteste, occupare i centri cittadini e avviare uno sciopero nazionale nei settori chiave dell’economia per rovesciare il regime degli ayatollah.

Secondo fonti diplomatiche e di intelligence regionali, i prossimi giorni saranno decisivi. Se finora la repressione è stata giudicata dura ma relativamente “disciplinata”, il protrarsi delle manifestazioni e gli atti di vandalismo potrebbero spingere il regime a un cambio di strategia, aprendo la strada a una repressione ancora più sanguinosa.