IL CASO / Quando il sistema “punisce” gli utenti
Emergenza nel comune montano a due passi da Roma. Da giorni la popolazione vive senza bere, lavarsi, cucinare e pulire. Non è una sospensione idrica, c’è dell’altro. Sommersi di telefonate i centralini della Municipalizzata, niente da fare. Le regole prevedono che ogni ATO intervenga in questi casi entro 48 ore. Ne sono passate troppe
Di Stefania Pascucci
Emergenza acqua nel comune montano di Bellegra, sui Monti Prenestini, a pochi passi da Roma. Da quattro giorni la popolazione vive senza avere a disposizione acqua potabile per le normali attività quotidiane, come bere, lavarsi, cucinare e pulire. Una mancanza di accesso a un bene primario e vitale, con conseguenze sulla salute e sulla qualità della vita.
L’ Ato 2, il servizio idrico integrato gestito da Acea, municipalizzata del Comune di Roma di cui detiene la maggioranza, non risponde agli appelli accorati di chi chiama il call center per chiedere il ripristino dell’erogazione dell’acqua, pur essendo il comune in questione inserito nel perimetro della convenzione del 6 agosto 2002.
I cittadini, in particolare delle Contrada Fontana Fredda, non sanno più cosa fare, soprattutto in un periodo così caldo, per riavere il rubinetto attivo. Non si tratta neppure di una sospensione idrica programmata come sta avvenendo in questi giorni per Cerveteri e Zagarolo. Probabilmente potrebbe trattarsi di un tubo rotto della condotta. Ma perché ci vuole così tanto tempo per aggiustare un banale guasto? La qualità del servizio dell’Acea che è tanto decantata in pubblicità e sulla piattaforma web (gruppoacea.it) che fine ha fatto?
Il contratto tra gestore del servizio pubblico integrato Ato 2 e comune di Roma parla chiaro: Acea deve garantire la fornitura e la distribuzione dell’acqua. Ogni qual volta questo processo si interrompe Acea deve intervenire prontamente e senza indugio, pena risarcimento del danno causato da imperizia e ritardi negli interventi che danneggino la popolazione, sia pure di uno solo contratto.
Per quanto riguarda la convenzione firmata tra Acea e Roma Capitale, la parte relativa alla Distribuzione che «è l’insieme delle operazioni di realizzazione, gestione e manutenzione, nonché di ricerca e controllo perdite, delle infrastrutture necessarie a rendere disponibile l’acqua captata e/o addotta, destinata al consumo umano», non è solo un pezzo di carta ma un vero e proprio accordo tra le parti, della durata trentennale, sul quale il garante ARERA interviene a sanzionare l’Acea ogni volta che tale convenzione non viene rispettata. Come in questo caso.
Il Garante, organo indipendente dello Stato italiano, stabilisce le regole che ogni Ato deve adottare in caso di disservizio dell’idropotabile che superi 48 ore e si tratta comunque di un tempo massimo dal momento in cui si verifica una singola interruzione – sia programmata o non programmata – e il momento in cui viene attivato il servizio sostitutivo di emergenza, per ciascun utente finale interessato. Per esempio, un’autobotte. In questo caso ne sono passate 96 di ore, il doppio consentito dal contratto di fornitura. Troppe, per qualsiasi interruzione di un servizio pubblico.










