Dopo oltre un anno di guerra e 44.000 morti tra i palestinesi, la Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso i primi mandati di arresto per crimini di guerra e contro l’umanità nella Striscia di Gaza e in Israele a partire dal 7 ottobre 2023. I principali accusati sono il premier israeliano Benyamin Netanyahu, l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant e il comandante militare di Hamas, Mohammed Deif, che Israele sostiene di aver ucciso in un raid a Gaza.
La decisione della CPI ha suscitato reazioni forti. Netanyahu ha definito il provvedimento “antisemita” e paragonabile a “un nuovo processo Dreyfus”, mentre Gallant ha accusato la Corte di equiparare Israele a Hamas, favorendo il terrorismo. Al contrario, Hamas ha accolto con favore il provvedimento come un passo verso la giustizia.
Stati Uniti e Argentina si sono schierati al fianco di Israele, con Washington che ha respinto la giurisdizione della CPI in questa vicenda, ribadendo il diritto di Israele a difendersi. L’Unione Europea, tramite Josep Borrell, ha invece sostenuto la CPI, affermando che la decisione è giuridicamente vincolante e deve essere rispettata dai Paesi membri.
I 124 Stati parte della CPI, aderenti allo Statuto di Roma, sono obbligati ad arrestare i ricercati se entrano nei loro territori. Questo limita significativamente la possibilità per Netanyahu di viaggiare all’estero nelle sue funzioni ufficiali. L’Olanda, sede della Corte, ha garantito piena collaborazione, mentre in Italia il ministro della Difesa Crosetto ha dichiarato che il Paese, pur considerando la decisione “sbagliata”, rispetterà il diritto internazionale.
Il procuratore capo della CPI, Karim Khan, ha difeso il lavoro del tribunale, sottolineando che i mandati sono il risultato di un’indagine indipendente basata su prove verificabili. Ha anche annunciato ulteriori indagini su nuove violazioni del diritto internazionale a Gaza e in Cisgiordania. Israele ha risposto con accuse personali contro Khan, definendolo “corrotto”.
Pur difficili da concretizzare, questi mandati segnano una svolta etica, ricordando che anche i conflitti armati devono rispettare norme di diritto internazionale.










