Sale di nuovo la tensione in Medio Oriente dopo l’attacco israeliano contro i sobborghi meridionali di Beirut e la successiva risposta dell’Iran con una serie di lanci missilistici. L’escalation arriva in una fase già delicatissima, con la guerra in Iran giunta al traguardo dei cento giorni e i negoziati ancora bloccati.
Donald Trump, interpellato da Fox News sull’attacco israeliano a Beirut sud, ha espresso chiaramente il proprio disappunto: “Non sono contento”. Il presidente americano, parlando anche con Channel 12, ha aggiunto di voler contattare immediatamente il premier israeliano Benjamin Netanyahu per chiedergli di non colpire l’Iran in risposta.
Secondo Trump, l’attacco iraniano “di certo non aiuterà i negoziati”, anche se il presidente ha ribadito che un’intesa sarebbe stata vicina. “Siamo molto vicini. Avrei detto che un accordo sarebbe stato firmato lunedì, martedì o mercoledì della prossima settimana. E ora succede questo”, ha dichiarato.
L’escalation è esplosa nella tarda serata, quando Teheran ha lanciato diverse ondate di missili, facendo scattare le sirene d’allarme in Israele per la prima volta dal cessate il fuoco. Le sirene sono risuonate anche in vari Paesi del Golfo, segno di una tensione regionale sempre più ampia. Il ministro israeliano per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha usato toni durissimi, affermando che “Teheran deve bruciare”, mentre i caccia israeliani si sono alzati in volo per preparare un possibile contrattacco.
Trump, informato dell’evoluzione della crisi, ha cercato di contenere la situazione. “Avete lanciato i vostri missili, basta così”, ha detto rivolgendosi agli iraniani, invitando Teheran a tornare al tavolo delle trattative e a lavorare per un accordo.
Da parte iraniana, il comando militare ha rivendicato l’operazione come risposta al raid israeliano contro la periferia meridionale di Beirut, sostenendo che Israele abbia “superato tutte le linee rosse”. L’attacco avrebbe colpito appartamenti in due edifici nella zona di Dahiyeh, area considerata roccaforte di Hezbollah e fino ad ora relativamente risparmiata rispetto ad altri fronti del conflitto.
Trump ha rivendicato di aver chiesto a Netanyahu attacchi “più chirurgici” contro Hezbollah. Tuttavia, secondo quanto riferito dalla televisione saudita, Israele avrebbe informato gli Stati Uniti poco prima del raid.
I toni da Teheran sono diventati immediatamente minacciosi. Il deputato iraniano Ebrahim Rezaei, su X, ha annunciato una “risposta ferma e dolorosa” contro Israele, mentre il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha lanciato avvertimenti anche a Washington.
Sul piano diplomatico, resta aperto il nodo dell’accordo con l’Iran. Trump ha assicurato di essere “molto vicino” a un’intesa, ma il punto più delicato riguarda lo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati. Teheran chiede che metà della somma venga liberata al momento della firma dell’accordo, ma il presidente americano ha frenato: “Questo avverrà in un secondo momento. Se si comporteranno bene, se faranno un buon lavoro, allora inizieremo a discutere”.
Secondo Reuters, Washington starebbe inoltre valutando l’ipotesi di destinare parte delle risorse iraniane agli alleati del Golfo colpiti dagli attacchi di Teheran. Una possibilità che l’Iran ha già respinto con forza, definendo i propri asset “non un bottino di guerra di Washington né un fondo di pagamento per i suoi alleati”.
Altro tema centrale resta quello dell’uranio arricchito iraniano. Trump ha affermato di essere pronto a collaborare con Teheran per recuperarlo e distruggerlo, nel caso in cui si raggiunga un accordo. “Se saremo in buoni rapporti porteremo via l’uranio e lo distruggeremo, sia sul posto sia altrove”, ha dichiarato.
Ma il presidente americano ha anche avvertito che, in assenza di un’intesa, gli Stati Uniti non resteranno fermi. “Se non dovessimo raggiungere un accordo, allora elimineremo le strutture con estrema durezza”, ha detto, precisando che Washington garantirà prima la sicurezza delle proprie forze.
La situazione resta dunque estremamente fragile. Da una parte, la diplomazia americana tenta di salvare un negoziato considerato ancora possibile; dall’altra, il confronto militare tra Israele e Iran rischia di allargarsi, coinvolgendo non solo Hezbollah e il Libano, ma anche gli obiettivi americani presenti nella regione.










