Il premier israeliano Benyamin Netanyahu rilancia l’idea di un futuro della Striscia di Gaza sotto influenza statunitense e propone il “trasferimento volontario” dei palestinesi fuori dall’enclave, alimentando lo scontro con l’Arabia Saudita. Riad, da sempre critica verso i piani di Donald Trump, ha ribadito che la normalizzazione con Israele è vincolata alla creazione di uno Stato palestinese. Netanyahu ha però respinto questa ipotesi, dichiarando polemicamente: “I sauditi possono creare uno Stato palestinese in Arabia Saudita, hanno molta terra laggiù”.

Nel frattempo, la tregua a Gaza resta fragile. Hamas ha consegnato con ritardo la lista di tre ostaggi israeliani – Eli Sharabi, Ohad ben Ami e Or Levy – che verranno liberati in cambio del rilascio di 183 prigionieri palestinesi. Il gruppo islamista ha accusato Israele di violare i termini del cessate il fuoco, bloccando l’arrivo di aiuti umanitari e ostacolando le operazioni per recuperare i corpi degli ostaggi.

Sul fronte diplomatico, Netanyahu insiste sul rafforzamento dei rapporti con Washington e sulla piena attuazione del piano di Trump per Gaza. Tuttavia, il governo saudita ha ribadito il proprio rifiuto di qualsiasi tentativo di sfollare i palestinesi e ha criticato duramente la posizione di Israele. Nel frattempo, il capo del comando centrale USA, generale Erik Kurilla, è stato in Israele per discutere con i vertici militari, mentre il segretario di Stato Marco Rubio è atteso in Medio Oriente dopo la conferenza sulla sicurezza di Monaco.

In Israele, il ministro della Difesa Yoav Gallant ha ordinato di reprimere le critiche interne al piano americano. Il direttore dell’intelligence militare, Shlomi Binder, è stato ufficialmente ripreso per aver segnalato possibili disordini in Cisgiordania in seguito alle dichiarazioni di Trump.

Mentre proseguono gli scambi di prigionieri e ostaggi, la situazione resta altamente instabile, con il rischio che il fragile cessate il fuoco venga compromesso da nuove tensioni diplomatiche e militari.