Clima incandescente a New York nelle ore decisive delle elezioni per il nuovo sindaco. A infiammare la vigilia è stato l’appello congiunto di Donald Trump e del console generale d’Israele a New York, Ofir Akunis, che hanno invitato gli elettori ebrei a non votare Zohran Mamdani, definendolo “un chiaro pericolo” e accusandolo di “odiare gli ebrei”.

Il presidente americano è intervenuto duramente, definendo “stupido” ogni ebreo che dovesse votare il candidato socialista, e ha chiesto ai repubblicani di sostenere il suo rivale, Andrew Cuomo, minacciando persino di tagliare i fondi federali alla città in caso di vittoria democratica.

Le accuse hanno acceso ulteriormente una campagna elettorale già tesissima, con file ai seggi e dichiarazioni al vetriolo. Mamdani, 34 anni, deputato socialista di origini ugandesi e musulmano, ha respinto con fermezza gli attacchi: “Non mi farò intimidire da questo presidente. Sono solo parole, non è legge.”

Il candidato, sostenuto da Barack Obama e appoggiato dall’ala progressista del Partito Democratico, è considerato il favorito per diventare il primo sindaco musulmano nella storia della città e il primo socialista alla guida della capitale mondiale del capitalismo.

Il suo avversario Andrew Cuomo, ex governatore di New York, ha però ridotto il distacco negli ultimi giorni, contando sul voto dei repubblicani e della comunità ebraica, meno inclini al voto anticipato. “L’affluenza record è un buon segnale”, ha commentato, cercando di presentarsi come candidato moderato “alla Kennedy o alla Clinton”, e prendendo le distanze da Trump: “Non mi appoggia, è solo contro Mamdani.”

Osservatori politici vedono nella sfida di New York un test cruciale per il Partito Democratico, reduce dalla sconfitta del 2024. La vittoria di Mamdani, insieme a quelle di Mikie Sherrill in New Jersey e Abigail Spanberger in Virginia, potrebbe ridare fiducia ai liberal e segnare un primo stop politico per Trump a meno di un anno dalla sua rielezione alla Casa Bianca.

Tuttavia, molti analisti invitano alla prudenza: New York, città saldamente democratica, resta un caso particolare. Un successo di Mamdani indicherebbe soprattutto la voglia di rinnovamento all’interno di un partito percepito come “troppo vecchio”, più che una vera svolta a sinistra.

In ogni caso, il voto nella Grande Mela appare destinato a segnare un punto di svolta simbolico: quello tra il vecchio establishment e una nuova generazione di politici progressisti, pronti a ridisegnare il futuro dei Democratici americani.