Si estendono le indagini sull’omicidio di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso un mese fa durante un’operazione antidroga nel boschetto di Rogoredo, a Milano. Al centro dell’inchiesta c’è l’assistente capo di Polizia Carmelo Cinturrino, detenuto nel carcere di San Vittore con l’accusa di omicidio volontario.

Dopo la decisione del giudice di disporre la custodia cautelare, il poliziotto ha consegnato al suo avvocato una lettera scritta a mano, in cui esprime pentimento e chiede perdono. Nel testo Cinturrino afferma di essere “triste e pentito” per quanto accaduto e di voler “pagare per il proprio errore”, ribadendo di aver sempre servito lo Stato con onestà.

Parole che però la famiglia della vittima, tramite i legali, respinge con fermezza. I familiari chiedono una confessione completa sui fatti e sull’eventuale coinvolgimento di altre persone, sostenendo che non si possa parlare di errore di fronte a un omicidio e a una presunta messa in scena.

L’attenzione degli investigatori si sta ora concentrando sull’ambiente di lavoro dell’agente. Il commissariato Mecenate, dove Cinturrino prestava servizio fino al fermo, è sotto osservazione. Quattro poliziotti sono stati trasferiti ad altri incarichi non operativi, mentre i vertici della Polizia hanno disposto un’ispezione interna.

La Procura di Milano, guidata dal procuratore Marcello Viola, sta verificando se l’agente abbia potuto contare su coperture o complicità. Alcuni colleghi, indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, avrebbero già segnalato metodi operativi ritenuti intimidatori e fuori dalle regole.

Gli approfondimenti stanno facendo emergere un contesto definito dagli inquirenti come “allarmante”. L’indagine ipotizza attività irregolari legate alle operazioni antidroga, tra cui presunte richieste di denaro o sostanze agli spacciatori in cambio di protezione.

Per chiarire l’eventuale esistenza di un sistema più ampio, gli investigatori stanno analizzando i verbali di arresto firmati dall’agente, effettuando verifiche patrimoniali e ascoltando numerosi testimoni, tra pusher e residenti delle zone di Corvetto e Rogoredo.

L’obiettivo della Procura è accertare se le responsabilità siano limitate al singolo episodio o se emergano ulteriori illeciti legati all’attività dell’agente e del suo contesto operativo. Nel frattempo, il caso continua a suscitare forte attenzione per le sue possibili implicazioni all’interno delle forze dell’ordine.