Nonostante la fatica e un evidente stato di salute segnato, Papa Francesco ha mantenuto la sua tradizione del Giovedì Santo, scegliendo ancora una volta un luogo di sofferenza per il suo gesto simbolico: il carcere romano di Regina Coeli. Una visita breve ma carica di significato, in cui ha incontrato circa settanta detenuti, tra ovazioni e richieste accorate di “libertà” e “indulto”.
Accolto con entusiasmo dai carcerati che lo hanno acclamato con grida di “Francesco, Francesco”, il Pontefice ha voluto salutare personalmente ciascuno dei presenti, stringendo mani e condividendo brevi parole di conforto. All’uscita, con voce flebile ma spirito intatto, ha detto ai giornalisti: “Ogni volta che entro in un posto come questo mi domando: perché loro e non io”.
La sua salute visibilmente provata non ha fermato il gesto: niente lavanda dei piedi quest’anno, ma una vicinanza spirituale espressa attraverso la preghiera e la benedizione impartita ai detenuti, a cui ha donato anche Vangeli e rosari. “Ci pensi? Siamo fortunati, la gente fuori non lo vede e noi dentro sì”, ha commentato uno dei carcerati, colpito dall’incontro.
Il cappellano del carcere, don Vittorio Trani, ha sottolineato l’intensità del momento: “È stato un incontro bello, commovente, un segno di speranza per questi ragazzi”.
In mattinata, intanto, in Vaticano si è tenuta la Messa del Crisma, presieduta simbolicamente da Papa Francesco attraverso un’omelia scritta, letta dal cardinale Domenico Calcagno. Nel testo, il Pontefice invita i sacerdoti ad abbandonare il clericalismo e a compiere scelte di campo in un mondo segnato da ingiustizie e divisioni: “La nostra casa comune è ferita, ma un mondo nuovo è già sorto”.
Un Giovedì Santo vissuto tra fragilità fisica e forza spirituale, con un messaggio chiaro: essere vicini agli ultimi, come fece Gesù.










