Dopo lo sgombero del centro sociale Leoncavallo a Milano, torna al centro del dibattito politico la sede di Casapound a Roma, occupata da oltre vent’anni. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, intervenuto al Meeting di Rimini, ha precisato che lo stabile di via Napoleone III rientra “nell’elenco dei centri da sgomberare” e che “prima o poi arriverà anche il suo turno”.
Una posizione che sembra contrastare con le parole del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, secondo cui lo sgombero non sarebbe necessario se il movimento neofascista si allineasse a criteri di legalità. Piantedosi non esclude questa possibilità, ricordando che in passato alcuni centri sono stati regolarizzati con l’acquisto o la concessione di strutture da parte dei Comuni.
Le dichiarazioni hanno riacceso lo scontro politico. Europa Verde e Pd chiedono non solo lo sgombero, ma lo scioglimento di Casapound. Laura Boldrini parla di “provocazione verso chi rispetta la legge e la Costituzione”. Dal centrodestra arrivano posizioni meno unitarie: Forza Italia ribadisce che “la legge è uguale per tutti” e che nessuna occupazione abusiva può essere tollerata, mentre esponenti di Fratelli d’Italia come Riccardo De Corato spingono per una legge che impedisca la concessione di spazi pubblici a chi abbia occupato illegalmente immobili.
Intanto i militanti di Casapound rivendicano la propria presenza con un comunicato in cui affermano di essere “l’unico spazio occupato a Roma dove sventola il tricolore”. Ma le polemiche non si spengono: opposizione e associazioni accusano il governo di aver agito con fermezza contro il Leoncavallo, mentre a Roma l’occupazione di estrema destra sarebbe ancora tollerata.










