Una valanga di No, pari a quasi il 54%, boccia al referendum la riforma della giustizia voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni. Il risultato impedisce la modifica della Costituzione, nonostante il 46% dei votanti si sia espresso a favore, e consegna al Paese un verdetto che evidenzia ancora una volta una profonda divisione politica. L’affluenza, vicina al 59%, è stata sostenuta anche dalla partecipazione dei giovani, tornati alle urne in numero significativo.

Fin dalle prime proiezioni è apparso chiaro che il referendum aveva assunto un forte significato politico, oltre che tecnico. Il cuore della riforma riguardava temi delicati come la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici, la creazione di due Consigli superiori della magistratura e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare per i magistrati.

La vittoria del No rappresenta la prima vera battuta d’arresto per la premier, che durante la campagna referendaria si era esposta in prima persona. Dopo il risultato, Meloni ha ribadito di non avere intenzione di dimettersi, richiamando il precedente del referendum costituzionale del 2016 che portò alle dimissioni di Matteo Renzi.
«La sovranità popolare si rispetta», ha dichiarato la presidente del Consiglio, parlando di «occasione persa» ma confermando la volontà di proseguire con le altre riforme in agenda, dal premierato alla legge elettorale.

Anche i vicepremier hanno invitato ad abbassare i toni: Antonio Tajani ha chiesto di evitare uno scontro da “guerra civile”, mentre Matteo Salvini, che aveva sostenuto la riforma con minore convinzione, ha ribadito la necessità di andare avanti con l’azione di governo. Sulla stessa linea anche Maurizio Lupi, che ha confermato la volontà della maggioranza di non fermarsi.

La bocciatura dell’unica riforma costituzionale dell’esecutivo apre ora interrogativi sugli equilibri interni alla coalizione. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha preso atto del risultato, mentre restano sotto osservazione alcune figure del sottogoverno finite al centro delle polemiche durante la campagna referendaria, tra dichiarazioni contro la magistratura e vicende giudiziarie esplose alla vigilia del voto.

La consultazione si è svolta inoltre in un clima internazionale e interno complesso, segnato da tensioni geopolitiche e da una crisi energetica che ha inciso sul costo della vita, fattori che secondo molti osservatori hanno contribuito a trasformare il referendum in un giudizio complessivo sull’operato del governo.

Il risultato è stato subito interpretato dalle opposizioni come un segnale politico nazionale. Il cosiddetto “campo largo” del centrosinistra, finora diviso, ha colto l’occasione per ricompattarsi.

La segretaria del Pd Elly Schlein ha parlato di una riforma «dannosa e sbagliata» e ha invitato il governo ad ascoltare le priorità reali del Paese.
Il leader del M5S Giuseppe Conte ha definito il voto «un avviso di sfratto alla premier», aprendo alla possibilità di primarie per scegliere una leadership condivisa.
Anche Matteo Renzi ha sollecitato Meloni a trarre le conseguenze politiche della sconfitta, mentre dal fronte della sinistra ecologista sono arrivate letture del voto come difesa della Costituzione.

Tra i sostenitori del No, magistrati e comitati civici hanno parlato di vittoria per l’indipendenza della magistratura, mentre dal fronte favorevole alla riforma si è riconosciuta la sconfitta, rivendicando comunque la battaglia portata avanti.

Il referendum segna di fatto l’inizio di una nuova fase politica. A un anno dalla fine della legislatura, la sconfitta indebolisce l’immagine di invincibilità della premier e offre alle opposizioni l’occasione per rilanciare l’alternativa di governo.

Nessuno, al momento, chiede apertamente le dimissioni della presidente del Consiglio, ma il clima è già quello di una campagna elettorale anticipata, con maggioranza e opposizione pronte a misurarsi su ogni provvedimento da qui alle prossime elezioni.