Il Forum economico di Davos si è trasformato in una vera e propria arena politica, mentre l’Atlantico appare più agitato che mai. Lo scontro tra l’Europa e gli Stati Uniti guidati da Donald Trump entra in una fase critica, segnata da nuove tensioni commerciali e da una crescente distanza diplomatica che, come ha avvertito il premier belga Bart De Wever, rischia di portare i due continenti “al punto di rottura”.

Al centro della scena emerge Emmanuel Macron, diventato il principale interlocutore – e bersaglio – del presidente americano. Da Davos, il capo dell’Eliseo ha accusato Trump di voler ridurre l’Europa a una posizione di sudditanza: “Preferiamo il rispetto ai bulli”, ha dichiarato, rilanciando uno scontro dai contorni sempre più imprevedibili.

La miccia è stata accesa dallo stesso Trump, che ha attaccato apertamente Macron accusandolo di non avere futuro politico e rendendo pubblico un messaggio privato del presidente francese. Nel testo, Macron criticava l’offensiva americana sulla Groenlandia e proponeva una riunione del G7 a Parigi con la partecipazione di più attori internazionali. A queste tensioni diplomatiche si è aggiunta la minaccia di nuovi dazi: Trump ha annunciato tariffe fino al 200% su prodotti simbolo della Francia, come vino e champagne.

La risposta di Parigi non si è fatta attendere. A Davos, Macron ha messo in scena un intervento fortemente polemico, denunciando le “ambizioni imperiali” degli Stati Uniti, il ricorso ai dazi come strumento di pressione e il mancato rispetto del diritto internazionale. Una posizione condivisa da molte cancellerie europee, anche se non tutti sono convinti che lo scontro frontale sia la strada migliore. L’ipotesi di attivare lo strumento anti-coercizione dell’Unione europea resta sul tavolo, ma appare minoritaria rispetto a una possibile risposta più graduale, come controdazi per un valore stimato di 93 miliardi di euro.

Il clima resta teso anche in vista del vertice europeo dei prossimi giorni. Un eventuale incontro tra Trump e i leader Ue a Davos potrebbe aprire spiragli di dialogo su dossier cruciali, dalla Groenlandia all’Ucraina, fino alle politiche commerciali, ma le aspettative sono basse. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha ribadito una linea ferma ma orientata al dialogo: “I dazi sono un errore, la risposta europea sarà unita, proporzionata e determinata”. Von der Leyen ha inoltre sottolineato come l’indipendenza strategica dell’Europa sia ormai un’esigenza strutturale, ricordando al contempo il valore degli accordi commerciali alternativi portati avanti dall’Ue, a partire da quello con il Mercosur.

Un primo segnale concreto è arrivato dall’Europarlamento. Il leader del Partito popolare europeo Manfred Weber ha annunciato l’intesa tra i gruppi della maggioranza per sospendere l’accordo Ue-Usa sui dazi siglato lo scorso luglio. Una decisione che segna un cambio di passo nei rapporti con Washington, pur senza chiudere definitivamente la porta al dialogo.

A Bruxelles prevale ora una prudenza diffidente: l’Europa resta aperta al confronto, ma appare sempre più consapevole che, con l’America di Trump, ogni mossa va calibrata con estrema attenzione.