Il clima politico attorno alla riforma della giustizia e al referendum del 22 e 23 marzo resta teso, tra accuse incrociate e richiami al rispetto istituzionale. Al centro del confronto la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il ruolo del Consiglio superiore della magistratura.
Rispondendo alle critiche delle opposizioni, che la accusano di aver alimentato uno scontro istituzionale e mostrato ostilità verso il Quirinale, Meloni ha espresso apprezzamento per l’intervento di Mattarella. In un’intervista a Sky TG24, la premier ha definito “giuste” le parole del Capo dello Stato, sottolineando in particolare il richiamo al rispetto reciproco tra istituzioni e la necessità che il Consiglio Superiore della Magistratura resti estraneo alle polemiche politiche.
Il riferimento arriva dopo l’intervento del presidente della Repubblica al plenum del Csm, convocato in un momento di forte tensione, con l’invito a mantenere equilibrio e rispetto nei rapporti istituzionali.
Il riconoscimento a Mattarella è stato letto anche come una presa di distanza indiretta dalle parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che nei giorni precedenti aveva definito il funzionamento del Csm un “meccanismo paramafioso”, contribuendo ad alzare i toni dello scontro.
Nell’intervista, tuttavia, Meloni ha evitato riferimenti diretti al guardasigilli, preferendo concentrare le critiche sulle opposizioni, in particolare su una parte del Partito Democratico. Secondo la premier, sarebbe in atto un tentativo di trasformare la campagna referendaria in una “lotta nel fango”, motivato dalla difficoltà di contrastare una riforma che in passato alcune forze di opposizione avevano sostenuto.
Dal fronte opposto, il Partito Democratico ribalta la lettura e chiede alla presidente del Consiglio di contribuire a rasserenare il clima politico. La responsabile Giustizia del partito, Debora Serracchiani, ha sostenuto che, subito dopo il richiamo del Capo dello Stato, Meloni avrebbe continuato ad attaccare la magistratura, mostrando indifferenza verso l’invito alla moderazione.
Anche il Movimento 5 Stelle, guidato da Giuseppe Conte, accusa il governo di voler “inquinare” la campagna referendaria con una strategia comunicativa aggressiva, nel timore di un aumento dei consensi per il “No”.
Nel frattempo, una parte del centrosinistra sta strutturando la mobilitazione referendaria come un passaggio politico strategico in vista delle elezioni politiche del 2027.
Nonostante la crescente politicizzazione del voto, Meloni ha escluso qualsiasi effetto diretto sull’esecutivo. “Non si vota sul governo, si vota sulla giustizia”, ha ribadito, invitando gli elettori a partecipare e a esprimere una scelta consapevole, svincolata da logiche di consenso o opposizione all’attuale maggioranza.
Il voto di marzo si avvicina quindi in un contesto di forte polarizzazione, dove il confronto sulla riforma della giustizia si intreccia sempre più con lo scontro politico generale e con le prospettive future degli equilibri istituzionali.










