Un sistema planetario che ribalta i modelli tradizionali di formazione dei pianeti è stato individuato da un team internazionale guidato dall’Università di Warwick. La scoperta, pubblicata sulla rivista Science, è stata possibile grazie ai dati raccolti dal telescopio spaziale CHEOPS dell’Agenzia Spaziale Europea.
Il sistema ruota attorno alla stella LHS 1903, una nana rossa fredda e poco luminosa, e presenta una configurazione inattesa: invece della classica disposizione con pianeti rocciosi vicini alla stella e giganti gassosi più lontani — come nel Sistema Solare — qui un pianeta roccioso si trova nella regione interna, seguito da due pianeti gassosi, ma il corpo più esterno è sorprendentemente ancora roccioso.
Secondo i modelli consolidati, i pianeti rocciosi si formano vicino alla stella perché le radiazioni intense disperdono i gas leggeri, mentre i giganti gassosi nascono più lontano, dove il freddo permette l’accumulo di grandi quantità di gas. Il nuovo sistema, invece, sembra essersi formato in modo sequenziale: prima il pianeta interno, poi gli altri, fino all’ultimo corpo esterno, nato quando il gas disponibile era ormai scarso. Questo suggerisce che il pianeta più lontano si sia formato in un ambiente povero di gas, una condizione finora mai osservata in modo così chiaro.
Gli studiosi hanno escluso che si tratti di pianeti che abbiano cambiato posizione dopo la formazione o che abbiano perso la loro atmosfera in seguito a collisioni. L’ipotesi più accreditata è che l’intero sistema sia cresciuto in tempi diversi, modificando progressivamente la propria architettura.
Importante il contributo italiano alla missione Cheops, con il coinvolgimento dell’Istituto Nazionale di Astrofisica, dell’Agenzia Spaziale Italiana e delle Università di Padova e Torino. I ricercatori italiani hanno partecipato sia alla progettazione degli strumenti sia all’analisi dei dati.
La scoperta non solo mette in discussione le teorie consolidate sulla formazione dei sistemi planetari, ma rafforza il ruolo della missione Cheops nello studio degli esopianeti, aprendo la strada alle future missioni europee Plato e Ariel, che vedranno ancora una forte partecipazione italiana.










