Negli ultimi sviluppi della crisi degli ostaggi a Gaza, l’accordo tanto atteso non sembra essere imminente. Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza americana, ha dichiarato in un’intervista ad ABC News che la situazione è ora nelle mani di Hamas.

Le trattative, secondo Sullivan, procedono di solito lentamente, ma potrebbero accelerare improvvisamente. Tuttavia, stabilire un calendario preciso è difficile. Hamas sembra prendere tempo, e la risposta sull’accordo mediatore a Parigi per il rilascio degli ostaggi e una tregua è ancora in sospeso.

Le fonti, citate dai media arabi, suggeriscono la possibilità di un fallimento dell’accordo. Hamas sembra voler ottenere di più, non limitandosi a uno scambio 3 a 1 con gli ostaggi, come previsto in passati accordi. La richiesta chiave sembra essere legata a un cessate il fuoco totale, una condizione da sempre respinta da Israele.

Le divergenze tra le parti sono evidenti, con Netanyahu che ribadisce le linee rosse: “Non accetteremo ogni accordo né ad ogni prezzo.” Le posizioni divergenti tra il leader di Hamas all’estero Ismail Haniyeh e quello a Gaza Yahya Sinwar complicano ulteriormente le trattative.

Il segretario di Stato americano Antony Blinken è in arrivo per sostenere la mediazione, ma il contrasto tra Stati Uniti e Israele sulla gestione del conflitto complica ulteriormente la situazione. Il ministro della sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir critica la condotta degli Stati Uniti, sottolineando che con Donald Trump al potere, la situazione sarebbe diversa.

Mentre l’attesa persiste, l’esercito israeliano intensifica i suoi sforzi nella roccaforte di Hamas a Khan Yunis, nel sud di Israele. Nel frattempo, la crisi umanitaria si aggrava con un attacco israeliano a un asilo a Rafah, segnalando la morte di almeno due bambine e numerosi feriti.

Nonostante gli sforzi in corso, l’intesa per il rilascio degli ostaggi e la tregua sembra ancora lontana, lasciando la regione in uno stato di incertezza.