Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha lanciato un nuovo appello alla Flotilla Sumud, chiedendo agli attivisti di consegnare gli aiuti umanitari attraverso porti alternativi, come quello di Cipro o di Ashkelon, per evitare scontri in mare. Sa’ar ha definito l’iniziativa “una provocazione di Hamas-Sumud” e ha invitato a un gesto pacifico, dopo richieste analoghe già avanzate da Italia e Grecia.

Dalla Flotilla, la portavoce italiana Maria Elena Delia ha replicato accusando le istituzioni di mancanza di responsabilità e denunciando che “quando c’è Israele di mezzo le regole non valgono più”. Ha sottolineato inoltre che gli attivisti meritano rispetto per il loro impegno “dopo due anni di genocidio senza reazioni da parte dei governi”.

Sul fronte diplomatico, il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha avuto un colloquio con il collega turco Hakan Fidan, ribadendo la necessità di sostenere i tentativi di mediazione per il piano di pace e di evitare un’escalation legata alla Flotilla.

Anche altri leader europei hanno preso posizione:

Pedro Sanchez, premier spagnolo, ha definito la Flotilla “una missione umanitaria che non rappresenta una minaccia per Israele”.

Giorgia Meloni, invece, ha giudicato “irresponsabile” insistere in un’operazione che potrebbe compromettere i negoziati di pace in corso.

Il premier svedese Ulf Kristersson ha risposto seccamente all’appello di Greta Thunberg, invitandola a “tornare a casa” e ribadendo il divieto di viaggi verso Gaza.

In Italia, il segretario della CGIL Maurizio Landini ha annunciato la disponibilità a proclamare uno sciopero generale qualora la Flotilla venisse bloccata o gli attivisti arrestati.

Secondo i media israeliani, la Marina militare sarebbe pronta a intimare con altoparlanti il ritorno delle imbarcazioni, con la prospettiva di fermare e processare gli attivisti in caso di rifiuto, arrivando persino alla confisca o all’affondamento delle navi.

La vicenda della Flotilla continua dunque a catalizzare tensioni internazionali, con un fragile equilibrio tra diplomazia e rischio di escalation in mare.