La tensione tra gli Stati Uniti e i loro alleati si intensifica nel pieno del conflitto con l’Iran. Il presidente Donald Trump ha espresso apertamente la propria irritazione, accusando Europa e partner occidentali di non offrire un sostegno adeguato. Il messaggio è netto: gli alleati dovrebbero assumersi maggiori responsabilità, anche sul piano militare ed energetico, arrivando – se necessario – a difendere autonomamente i propri interessi nello strategico Stretto di Hormuz.

Nel mirino della Casa Bianca sono finiti in particolare il Regno Unito e la Francia. Londra è stata criticata per non aver partecipato alle operazioni contro Teheran, mentre Parigi è stata accusata di aver negato il sorvolo agli aerei diretti in Israele con rifornimenti militari. Una posizione che ha sorpreso l’Eliseo, il quale ha ribadito di non aver modificato la propria linea, pur ammettendo che nel fine settimana è stato deciso di non autorizzare il transito di armi americane.

Questo “no” francese si inserisce in un contesto europeo già frammentato: la Spagna ha adottato una linea restrittiva, mentre il governo britannico mantiene un atteggiamento prudente. Il risultato è un fronte occidentale meno compatto proprio mentre i bombardamenti statunitensi sull’Iran proseguono, colpendo anche obiettivi strategici come depositi di munizioni.

Secondo il capo del Pentagono Pete Hegseth, i prossimi giorni saranno cruciali. Dopo oltre un mese di attacchi, la capacità militare iraniana risulta indebolita, come dimostra la riduzione nel numero di missili e droni lanciati. Tuttavia, Teheran continua a reagire: un missile ha colpito una petroliera nel Golfo e sono state minacciate anche aziende americane presenti nella regione.

Parallelamente, si muove la diplomazia. È allo studio un possibile coinvolgimento del vicepresidente JD Vance e dell’inviato speciale Steve Witkoff in nuovi colloqui internazionali, mentre Pakistan e Cina hanno avanzato una proposta di pace in cinque punti, che include cessate il fuoco e ripristino della sicurezza nello Stretto di Hormuz.

Dietro le tensioni diplomatiche emerge un elemento chiave: Trump starebbe valutando di porre fine all’operazione militare anche senza aver riaperto completamente lo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per il traffico petrolifero globale. Una scelta dettata da considerazioni strategiche e interne: prolungare il conflitto oltre le 4-6 settimane previste potrebbe avere ripercussioni politiche in un anno elettorale, oltre a pesare sui prezzi dell’energia negli Stati Uniti.

L’ipotesi di un disimpegno ha già avuto effetti sui mercati, con un rialzo delle borse e un calo del prezzo del petrolio. Tuttavia, non mancano le critiche. Alcuni osservatori ritengono che la strategia americana stia passando da un obiettivo di vittoria a uno di contenimento delle perdite.

Voci autorevoli mettono in guardia dalle conseguenze di un’uscita affrettata. La giornalista Tina Brown ha definito Trump un “master of disaster”, sostenendo che il ritiro americano potrebbe aprire una fase ancora più instabile per la regione. Ancora più severo Richard Haass, secondo cui una strategia del tipo “abbiamo iniziato noi, ora tocca a voi” rischierebbe di compromettere gravemente la credibilità internazionale degli Stati Uniti e di rafforzare la posizione dell’Iran.

In un contesto già segnato da divisioni tra alleati e da un equilibrio geopolitico fragile, le decisioni di Washington nei prossimi giorni potrebbero ridefinire non solo l’esito del conflitto, ma anche il ruolo globale degli Stati Uniti.