Dopo la maratona diplomatica tra Israele ed Egitto, Donald Trump è rientrato negli Stati Uniti come vincitore. La firma della prima fase del suo piano di pace per il Medio Oriente, celebrata a Sharm el Sheikh, segna un risultato che gli viene riconosciuto anche in patria, persino da ambienti tradizionalmente ostili. Dai media liberal ai leader democratici come Chuck Schumer, fino ai Clinton, Joe Biden e Barack Obama, il tycoon incassa elogi trasversali, sebbene non sempre espliciti.

Il settimanale Time gli dedica la copertina con il titolo “His Triumph”, definendo la sua mediazione un successo storico. Tuttavia, Trump non manca di ironizzare sulla foto scelta, che giudica “orribile” e “strana”, lamentando di apparire con “una minuscola aureola” e “i capelli scomparsi”. Un episodio che conferma il suo rapporto conflittuale con la rivista, già in passato oggetto di battute e polemiche.

Rinominato da alcuni il “commander in peace”, Trump sembra intenzionato a consolidare il suo ruolo di mediatore internazionale. Parteciperà infatti anche alla firma di un accordo di pace tra Thailandia e Cambogia, prevista al vertice ASEAN di Kuala Lumpur (26-28 ottobre), dopo aver contribuito a porre fine a un conflitto di cinque giorni tra i due Paesi. L’iniziativa gli è già valsa una nuova candidatura al Premio Nobel per la Pace proposta dal premier cambogiano Hun Manet.

Ma l’ex presidente non si ferma: guarda ora alla pace in Ucraina, a un nuovo accordo sul nucleare con l’Iran e alla fase due del piano per Gaza, che però si annuncia complessa. Le tensioni tra Israele e Hamas, con accuse reciproche di violazioni del cessate il fuoco e il mancato rimpatrio di tutti gli ostaggi israeliani, minacciano di indebolire il fragile equilibrio raggiunto.

Tra i punti ancora da risolvere figurano il disarmo di Hamas, la definizione del “Board of Peace” (dove cresce il peso del presidente egiziano Al Sisi), l’avvio della forza internazionale di stabilizzazione (ISF) e la possibile soluzione dei due Stati, osteggiata dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, che rifiuta anche la scarcerazione del leader palestinese moderato Marwan Barghouti.

Il primo nodo concreto resta la gestione dei circa 15.000 militanti di Hamas sopravvissuti e tuttora armati a Gaza, un ostacolo cruciale per l’arrivo delle truppe internazionali e dei fondi per la ricostruzione.

Per Trump, dunque, il trionfo diplomatico segna solo l’inizio di una sfida più grande: trasformare una fragile tregua in una pace duratura nel Medio Oriente.