DI Stefano Angelo Santini

 

“La pandemia non è finita, non se siamo ancora fuori, va ancora affrontata con determinazione, attenzione e vigilanza. In Inghilterra vediamo come la diffusione della variante Delta stia creando incertezza nella ripresa economica su cui l’Inghilterra era avviata molto bene. Non vogliamo trovarci in questa situazione né soprattutto, in autunno, quando ricominciano le scuole, quando i trasporti tornano ad essere pieni, non vogliamo trovarci nella situazione dello scorso anno. È passato un anno, avremmo pure imparato qualcosa”. È questo l’avvertimento del presidente del Consiglio Mario Draghi in conferenza stampa dopo il Consiglio Ue.   Draghi ha evidenziato come per combattere la pandemia di Covid-19 “prima di tutto teniamo alta la pressione sui tamponi: continuiamo a farli. E’ molto, molto importante per individuare con prontezza lo sviluppo di nuove varianti e di nuovi contagi. E sequenziamo molto di più: nella discussione che c’è stata è venuto fuori che molti Paesi sequenziano molto, molto più di noi”.

Inoltre, cresce la presenza della variante ‘indiana’ (Delta) nel nostro Paese: a maggio era presente nel 4,2% mentre ora è quadruplicata. In attesa della flash survey l’Iss pubblica un primo report con le segnalazioni delle ultime settimane. “Si conferma come anche nel nostro Paese, come nel resto d’Europa, la variante Delta del virus stia diventando prevalente” È ancora la variante Alfa, la cosiddetta “variante inglese”, la più diffusa in Italia con una percentuale del 74,9% sul numero di casi. Tuttavia, sebbene i dati di giugno non siano ancora consolidati, dalle prime segnalazioni di sequenziamenti eseguiti, si segnala un aumento, in percentuale, dei casi di variante Kappa e Delta, la cosiddetta “indiana” e un suo sottotipo, che passano dal 4,2% nel mese di maggio, al 16,8% del mese di giugno (dati estratti al 21 del mese) anche se, in senso assoluto, rimane una percentuale del 0,87% trascurabile al momento.   L’ECDC sottolinea poi che sulla base dei trend di trasmissione stimati della variante Delta si prevede che il 70% delle nuove infezioni da SARS-CoV-2 sarà dovuto a questa variante nell’UE entro l’inizio di agosto per arrivare al 90% entro la fine del Agosto.

L’analisi mediante sequenziamento, sicuramente la tecnica più avanzata oggi a disposizione per verificare la presenza delle varianti del Sars-CoV-2, necessità di tempi non brevissimi di esecuzione, giorni e non ore. Inoltre, pur avendo sicuramente accelerato nell’organizzazione della rete di Centri che effettuano il sequenziamento con un incremento della percentuale di tamponi sequenziati, rimane il fatto che il numero dei sequenziamenti è ancora ben sotto alla media europea e, in un momento in cui la velocità nel riscontrare varianti sembra essere la chiave di volta per tenere sotto controllo la pandemia, questa è una situazione che non possiamo permetterci. Allora, perché non effettuare in prima battuta un’analisi di screening dei tamponi positivi con tecniche di PCR e solamente in un secondo tempo ricorrere al sequenziamento? Esistono sul mercato Kit diagnostici per l’analisi delle varianti in PCR con sensibilità e specificità elevatissime che permetterebbero un’analisi precisa e veloce con un riscontro in 1-2 ore dei risultati. Inoltre, è notizia di giovedì scorso che è uscito sul mercato anche il kit, sempre in PCR, che permette di rilevare anche la famigerata variante Delta o indiana. E chi potrebbe effettuare queste analisi di screening? Non solo le strutture pubbliche della rete del sequenziamento ma un grande contributo potrebbe arrivare anche dalle strutture private diffusamente presenti sia a livello locale che nazionale, come Synlab con i suoi laboratori ad elevata produttività. Un poco sulla falsariga di quanto è stato fatto in molte regioni e con colpevole ritardo anche nella regione Lazio, per l’analisi molecolare dei tamponi. Questo permetterebbe di non gravare solo sulle strutture pubbliche, già oberate di casi e di lavoro, e di accelerare i tempi di analisi per la presenza delle varianti, permettendo un tracciamento più rapido e puntuale.

Stando agli ultimi dati epidemiologici, i vaccini sembrano funzionare. E stanno funzionando bene, almeno nei Paesi più ricchi che si possono permettere di comprarli e distribuirli. Nonostante questo, dobbiamo fare i conti con il fatto che arrivare a somministrare i vaccini a tutte le persone che ne avrebbero bisogno, a livello globale, è al momento una mera utopia, e probabilmente lo resterà ancora a lungo: in quasi tutti i Paesi a basso e medio reddito, infatti, le vaccinazioni procedono a ritmi lentissimi, con quote di popolazione vaccinata ancora sotto l’1%. E dato che non si riuscirà a vaccinare tutti, è importante anche capire come fermare la malattia in chi l’ha contratta, o per lo meno mitigarne i sintomi più gravi per ridurre ospedalizzazioni e morti. In altre parole, abbiamo assoluta necessità di individuare terapie efficaci contro Covid-19, e di farlo alla svelta.  Al momento non esistono ancora trattamenti dall’efficacia accertata. Tuttavia, i trial clinici condotti finora ci hanno aiutato a identificare alcune molecole che sembrano più promettenti di altre e ad accantonare approcci che si sono rivelati poco efficaci. Le classi di farmaci su cui ci siamo concentrati sono sostanzialmente tre: gli antivirali, quelli che cercano di impedire che il virus entri nelle cellule e/o si replichi (per esempio quelli usati per il trattamento dell’hiv o dell’epatite), gli imitatori del sistema immunitario, che dovrebbero potenziare le difese naturali del nostro organismo (per esempio gli anticorpi monoclonali e il plasma iperimmune) e gli antinfiammatori, che invece raffreddano il sistema immunitario, dal momento che si è visto che i sintomi più gravi di Covid-19 sembrano essere legati proprio a un’eccessiva risposta immunitaria e al conseguente stato fortemente infiammatorio. Se per i farmaci antivirali gli studi finora pubblicati non consentono ancora di arrivare a conclusioni definitive sull’efficacia di questi trattamenti, gli antinfiammatori sembrano invece più promettenti: molecole come il desametasone, un corticosteroide dagli effetti antinfiammatori e immunosoppressori, o quelle che bloccano il recettore di una proteina chiave del sistema immunitario (la cosiddetta interleuchina-6, IL-6) si sono dimostrati in grado di ridurre la mortalità nei pazienti con forme medie e gravi della malattia.

A parte i farmaci più propriamente antivirali, ci sarebbe da rimarcare il fatto che in tutto il mondo e anche in Italia sono stati messi a punto protocolli terapeutici, di cui abbiamo già parlato su queste pagine, in grado di contrastare efficacemente il progredire dell’infezione se attuati molto precocemente, anche prima della conferma del tampone molecolare e che permetterebbero un trattamento domiciliare della malattia evitando il sovraccarico delle strutture sanitarie. E questo in contrasto con il “dogma” dell’uso di tachipirina e vigile attesa. Ma di questi trattamenti si parla ancora troppo poco, come se il Covid fosse una patologia destinata ad essere gestita solo a livello ospedaliero, con le ripercussioni e problematiche che ben conosciamo, e solamente attraverso la somministrazione di vaccini, dei quali però diventeremmo schiavi, con grandi benefici per le case farmaceutiche produttrici ma anche e soprattutto con gravi risvolti politico economici generali, dimostrati dal fatto che le campagne vaccinali sembrano funzionare, almeno fino alla comparsa della prossima variante, solamente a livello dei cosiddetti paesi ricchi, mentre in gran parte del mondo i vaccini sono solo un miraggio o vengono distribuiti con lentezza e difficoltà. Questo potrebbe portare a tensioni politiche e ad aumentare le disuguaglianze tra paesi che andrebbero ad aggravare le tensioni e le problematiche strettamente economiche già enfatizzate dalla pandemia. Auguriamoci quindi che i ricercatori e gli scienziati, con il supporto di politici illuminati, si mettano una mano sulla coscienza e sviluppino terapie alternative ai vaccini, che ricordiamoci sono farmaci sperimentali il cui uso è stato approvato in via straordinaria ed in deroga alle procedure standard, con un occhio anche e soprattutto agli aspetti sociosanitari ed economici di questa pandemia e non solo alla possibilità di incrementare il loro “Impact factor“ e la loro visibilità scientifica.