L’INTERVISTA/ Parla il Prof. Gianpiero D’Offizi, direttore dell’Unità Operativa Complessa malattie infettive-epatologia dell’INMI- IRCCS di Roma

 

Di Stefania Pascucci

Passi da gigante sono stati compiuti negli ultimi 50 anni: non si muore più con il virus HCV  ma l’informazione negli ultimi due anni è stata “soffocata” dalla pandemia Covid-19. Il problema principale? Mancano all’appello 80 mila pazienti a rischio infezione che non sanno di avere. Ma che vanno, dichiara il Prof. Gianpiero D’Offizi, “individuati e trattati con i farmaci antivirali”. L’Istituto, per tracciare quella popolazione,  ha investito fondi per 71 milioni per lo screening che partirà a breve.

Prof. D’Offizi, Si parla poco di epatite C, ma i dati sono e restano inquietanti: migliaia di centinaia di infetti, esattamente 300 mila, nei confronti dei quali non sempre c’è una linea efficace di gestione della patologia.

Effettivamente si parla meno di epatite C, ma è soprattutto legata al fatto che la pandemia da COVID19 ha in qualche modo sconvolto le priorità sanitarie del nostro Paese. Per cui ci troviamo di fronte, diciamo, a un approccio anche culturale, anche emotivo rispetto alle epatiti virali e in particolare all’epatite C. I dati sono certamente inquietanti perché ci sono ancora centinaia di migliaia per la precisione tra i 70 e gli 80 mila pazienti che devono essere trattati, per i quali comunque esiste una linea di farmaci e di gestione della patologia che ormai è ben consolidata. Il problema è quello di identificare questi soggetti e di portarli al trattamento. Il problema principale è quello di discriminare le fasce di popolazione che possono essere a maggior rischio di infezione, individuare i soggetti infetti e poi fare il cosiddetto linkage to care e poi avviarli al trattamento presso i centri in grado di gestire questa patologia.

Dall’osservatorio privilegiato dello Spallanzani, qual è la situazione?

Sicuramente abbiamo una particolare sensibilità alla materia, perché storicamente l’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive si rivolge all’utenza con le epatiti virali e quindi anche con l’epatite C. Essendo un’epatite virale, è sicuramente uno dei temi che svolgiamo sia dal punto di vista assistenziale che della ricerca. Ed è una situazione che rispecchia i nostri valori di expertise, legata a tantissimi trattamenti e anche a una capacità ormai chiara e codificata di intervento su alcune fasce di popolazione. Non solo capacità di cura ma anche di ricerca nel campo. Infatti il nostro ospedale è uno dei centri che ha più prescritto farmaci antivirali prima dell’avvento del Covid-19 e quindi rimane un punto di riferimento per la popolazione per quanto riguarda lo studio, l’inquadramento e la terapia dell’epatite C.

Chi sono i pazienti con HCV? Che livello di mortalità ha la malattia in generale e quanti muoiono in Italia ogni anno?

I pazienti HCV sono coloro che hanno avuto un’esposizione con il virus dell’epatite C. Esiste una diversa tipologia di pazienti legata anche al periodo nel quale questi pazienti si sono contagiati. Si può dire che esiste una epidemia, una ondata epidemica che risale sicuramente a oltre 50/60 anni fa, quando l’uso ancora delle siringhe monouso e anche l’utilizzo di aghi per fleboclisi che venivano riciclati e venivano cosiddetti bolliti, in qualche modo potevano rappresentare un veicolo di contagio. Lo stesso dicasi, per esempio, per le trasfusioni di sangue che hanno rappresentato per lungo tempo un driver importante di contagio per l’epatite C e per altre, diciamo infezioni. Il sangue oggi viene monitorato con grande attenzione attraverso procedure in fase di biologia molecolare, per cui l’identificazione anche di virus è pressoché immediata e possiamo considerare le trasfusioni assolutamente sicure. Quindi, dopo questa ondata c’è stata un’altra ondata, epidemica, che è stata rappresentata dalla tossicodipendenza e soprattutto dalle pratiche legate alla tossicodipendenza e quindi dallo scambio di siringhe per scopo iniettivo di droghe. Queste pratiche hanno rappresentato una modalità estremamente efficace di contagio dell’infezione. Un’altra modalità di contagio, potrebbe essere, anche se molto ridotta, l’utilizzo di procedure anche di carattere endoscopico o di piccola chirurgia, in un contesto, però, di mancato uso di procedure di disinfezione degli strumenti. Ma sono situazioni rare. Un’altra modalità potrebbe essere anche un approccio di tipo odontoiatrico, ma anche in questo caso parliamo di laboratori in cui non vengono messe in atto procedure di disinfezione che a mio avviso ormai sono estremamente rare. Poi c’è un problema di contagio attraverso i rapporti sessuali, che comunque non rappresenta una priorità per quanto riguarda il contagio dell’epatite C e il livello di mortalità che ha la malattia. È una storia di malattia che si prolunga negli anni per anche per 30/40 anni, dove l’infezione, non progredisce o progredisce molto lentamente, creando un danno progressivo del fegato e successivamente creando una insufficienza della funzione epatica, e tutto ciò che ne deriva, fino ad arrivare in alcuni pazienti, non tutti, ma certamente in una quota di pazienti, a un’evoluzione di cirrosi epatica. E in questa chiave di cirrosi può talvolta esitare in una evoluzione della cirrosi stessa o addirittura nel tumore, nell’epatocarcinoma, un tumore del fegato. Fino a qualche anno fa pazienti con epatite C, o meglio, con cirrosi da virus C, erano pazienti candidati al trapianto di fegato. Oggi esistono farmaci importanti.

Ci sono dei super farmaci anti-epatite di sicura efficacia? Sono a carico del Sistema Sanitario Nazionale. È così? Quanto costano? Vengono dati a tutti i pazienti?

Grazie a questi farmaci è stato possibile trattare centinaia di migliaia di pazienti nel nostro Paese. L’Italia ha realizzato meglio di altri un programma di approccio terapeutico globale per quanto riguarda l’epatite C, creando una rete di professionisti delle varie regioni che può prescrivere questo farmaco. Sono farmaci antivirali ad azione diretta, a carico del contribuente e a carico del sistema sanitario nazionale e sono risolutivi nell’ambito della loro globalità. Inoltre, il 95/97 per cento dei casi riescono a determinare la guarigione biologica e, in un certo qual modo, la guarigione clinica del paziente. Il costo, che era estremamente elevato all’inizio, adesso è molto contenuto. Ma soprattutto esiste un criterio di costi – benefici per cui, rispetto al costo del farmaco, i benefici che ne derivano all’interno della coorte di pazienti HCV positivi e soprattutto in termini di sanità pubblica, sono molto importanti. Questi farmaci vengono dati a tutti i pazienti HCV positivi perché rappresentano effettivamente l’unica modalità per delimitare l’infezione e il serbatoio di infezione nel nostro Paese.

Esiste un’azione di screening sistematico della patologia?

Sta partendo proprio in questi giorni, anche nella nostra Regione Lazio, un’azione di screening sistematica su una fascia di età che va dai nati dal ‘69 all’89 e su sottopopolazioni di pazienti che afferiscono ai Sert e che sono stati o sono dediti  all’utilizzo di sostanze stupefacenti e alla sottopopolazione di persone che invece sono costrette negli istituti di pena. E in questi tre ambiti è stato avviata, grazie a un finanziamento abbastanza cospicuo di oltre 71 milioni di euro, un’azione di screening globale che dovrebbe essere capace di svelare quei pazienti ancora non scoperti di essere affetti da epatite C ed avviare questi pazienti al trattamento con i farmaci ad azione antivirale diretta estremamente efficaci. È chiaro che è importante la messa a punto dello screening e il raggiungimento di una capacità di un linkage to care, di un modello di aggancio dei pazienti alle cure. Sarà determinante per il nostro Paese per arrivare a quell’obiettivo che ci vede già ad un buonissimo livello, che è quello dell’eliminazione dell’epatite C del nostro Paese.