Le perquisizioni condotte da Digos e Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas hanno portato alla scoperta di materiale ritenuto “di particolare interesse” dagli investigatori: computer nascosti in un’intercapedine ricavata in una parete di cartongesso, chiavette USB, documenti informativi, una bandiera di Hamas e oltre un milione di euro in contanti.

L’operazione, coordinata dalla procura di Genova, ha portato a nove misure cautelari, di cui sette eseguite e due riguardanti soggetti latitanti in Turchia e Gaza. Al centro delle indagini c’è Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, considerato dagli inquirenti un membro attivo della rete esterna di Hamas e vertice della presunta cellula italiana.

Gli indagati sono oltre venti, tra cui la moglie e i due figli di Hannoun, che secondo gli inquirenti erano consapevoli della reale destinazione dei fondi raccolti. Coinvolti anche la direttrice dell’agenzia di stampa InfoPal, Angela Lano, e Mahmoud el Shobky, ritenuto referente della raccolta fondi in varie regioni italiane. Un giovane del Lodigiano è indagato perché nella sua abitazione sono stati trovati i tre PC murati.

Gli avvocati dei principali arrestati contestano il quadro accusatorio, sostenendo che molte prove derivino da fonti israeliane e non siano quindi verificabili per garanzia costituzionale. Secondo le difese, i fondi raccolti erano destinati esclusivamente ad attività umanitarie in Palestina e non a scopi terroristici.

La destra accusa il centrosinistra di silenzio e chiede chiarimenti ai ministri dell’Interno e degli Esteri. Il Movimento 5 Stelle replica denunciando l’uso politico dell’inchiesta e ricordando il coinvolgimento di Israele nel finanziare gruppi estremisti nella regione.

L’indagine ha rivelato che alcuni membri dell’organizzazione avrebbero cancellato sistematicamente file sensibili dai computer, temendo controlli. In un’intercettazione, uno degli indagati afferma di aver conservato una copia dei dati in un hard disk affidato a “un amico di fiducia”. Gli investigatori ritengono che questo materiale possa fornire nuovi elementi sull’attività del gruppo in Italia e in Europa.

Le attività sotto copertura avrebbero permesso di ricostruire il flusso di denaro destinato alle Brigate al-Qassam, con alcuni trasferimenti indirizzati anche a Hezbollah. Secondo la procura:

i fondi sarebbero stati veicolati tramite associazioni di beneficenza;

parte del contante viaggiava all’interno di convogli umanitari diretti a Gaza;

centinaia di migliaia di dollari passavano per Il Cairo, Amman o Istanbul, spesso trasportati da “corrieri del cash”.

In un’intercettazione, un collaboratore di Hannoun ammette che “la maggior parte dei soldi va alla Muqawama (Hamas)”. In un’altra conversazione emerge un trasferimento da Istanbul ad Amman destinato a Hezbollah.

Gli interrogatori di garanzia inizieranno nei prossimi giorni, mentre gli investigatori stanno analizzando il materiale sequestrato, compresi i computer nascosti nell’abitazione del giovane lodigiano. L’inchiesta potrebbe allargarsi ulteriormente alla luce delle nuove informazioni raccolte.