Un’altra drammatica storia emerge dal sud della Striscia di Gaza, dove la dottoressa Alaa al-Najjar, 38 anni, ha vissuto la più devastante delle perdite. Medico all’ospedale “Nasser” di Khan Younis, venerdì si è trovata a dover soccorrere le vittime di un attacco israeliano, come ormai accade quotidianamente. Ma tra i corpi straziati che le ambulanze hanno portato in ospedale, ha riconosciuto i suoi otto figli, di età compresa tra i 3 e i 12 anni. Gravemente ferito anche suo marito Hamdi, medico come lei.

Altri due figli, di soli 7 mesi e 2 anni, sono morti sul colpo sotto le macerie della loro abitazione, colpita da un razzo israeliano. Dei dieci figli della coppia, solo uno — un bambino di 11 anni — è sopravvissuto. L’attacco ha colpito la casa di famiglia poco dopo che Hamdi aveva riaccompagnato i bambini a casa, dopo aver portato Alaa al lavoro.

L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito oltre 100 obiettivi nella Striscia, tra cui postazioni di lancio, tunnel e infrastrutture ritenute appartenenti a gruppi terroristici. Ma per Alaa, una di quelle “postazioni” era la sua famiglia. Nonostante la tragedia, secondo testimoni, la dottoressa ha continuato a lavorare per soccorrere altri feriti.

Il bilancio delle vittime a Gaza continua a salire: secondo fonti palestinesi, 76 morti nelle ultime 24 ore. Hamas riferisce un totale di 53.900 vittime dall’inizio del conflitto. Intanto, le forniture umanitarie arrivano a singhiozzo, aggravando una crisi umanitaria già estrema.

Parallelamente, nuove accuse emergono contro l’esercito israeliano. Un’inchiesta dell’Associated Press rivela l’uso di prigionieri palestinesi come scudi umani per sgomberare edifici sospettati di contenere esplosivi. Un palestinese di 36 anni, Ayman Abu Hamadan, ha raccontato di essere stato costretto a entrare in case con una telecamera sulla fronte, sotto minaccia di morte. Un ufficiale israeliano ha confermato anonimamente che questa pratica era diffusa e autorizzata dai vertici.

In Israele, l’opinione pubblica appare sempre più disillusa. Un sondaggio del sito N12 rivela che il 53% dei cittadini ritiene che il premier Benjamin Netanyahu abbia ostacolato la liberazione degli ostaggi per motivi politici. A peggiorare il clima, una serie di chiamate false con registrazioni di presunti ostaggi ha seminato il panico nella popolazione. Le autorità parlano di operazioni di guerra psicologica e invitano i cittadini a bloccare i numeri sospetti.

Mentre la guerra continua, la sofferenza di civili innocenti come la dottoressa Al-Najjar diventa il simbolo di un conflitto che sembra non conoscere limiti.