Dopo tre settimane di guerra contro l’Iran, l’amministrazione di Donald Trump mostra le prime divisioni interne. A scuotere la Casa Bianca sono state le dimissioni di Joe Kent, direttore del Centro nazionale antiterrorismo, che ha annunciato il passo indietro contestando apertamente l’operazione militare contro Teheran, denominata “Epic Fury”.
Si tratta di una defezione pesante, perché Kent era considerato un fedelissimo del presidente e vicino agli ambienti più conservatori dell’amministrazione. La sua uscita mette in evidenza come la decisione di colpire l’Iran stia creando tensioni anche tra i sostenitori più convinti della linea dura.
In una nota pubblicata sui social, Kent ha spiegato di non poter più sostenere il conflitto.
Secondo l’ex direttore dell’antiterrorismo, l’Iran non rappresentava una minaccia imminente per gli Stati Uniti e l’intervento militare sarebbe stato favorito dalla pressione di Israele e della sua lobby a Washington.
In una lettera inviata al presidente, il funzionario ha denunciato quella che ha definito una campagna di disinformazione condotta da dirigenti israeliani e da parte dei media, accusata di aver tradito la linea “America First” su cui Trump aveva costruito la propria politica estera.
Kent, veterano della guerra in Iraq e con una lunga esperienza nelle forze speciali, ha paragonato le argomentazioni usate per giustificare l’attacco all’Iran al dibattito che portò all’invasione dell’Iraq nel 2003, mettendo in guardia dal rischio di un nuovo conflitto lungo e costoso.
«Non posso appoggiare l’invio della prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non porta benefici al popolo americano», ha scritto, ricordando anche la morte della moglie, militare statunitense uccisa durante una missione in Siria.
La risposta del presidente è stata durissima. Trump ha definito Kent «debole» e ha ribadito che spetta al comandante in capo stabilire quali Paesi rappresentano una minaccia per gli Stati Uniti.
La Casa Bianca ha respinto le accuse, sostenendo che le dichiarazioni dell’ex direttore ripetono le stesse critiche avanzate dai democratici e da parte della stampa liberal.
Nelle prossime ore, la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard e altri responsabili delle agenzie di sicurezza dovranno testimoniare davanti alla Commissione intelligence del Senato sul conflitto con Teheran, in un clima politico sempre più teso.
Mentre prosegue la guerra in Medio Oriente, Trump ha aperto un nuovo fronte diplomatico con Cuba, colpita da un grave blackout nazionale.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha giudicato insufficienti le riforme annunciate da L’Avana per consentire investimenti degli esuli, mentre secondo indiscrezioni Washington avrebbe chiesto al presidente cubano Miguel Díaz-Canel di dimettersi per facilitare un accordo politico.
Le dimissioni di Kent rappresentano il segnale più evidente delle difficoltà interne all’amministrazione statunitense mentre il conflitto con l’Iran continua ad allargarsi.
Con le operazioni militari ancora in corso e nuove tensioni internazionali all’orizzonte, la linea dura della Casa Bianca rischia ora di incontrare una crescente opposizione anche all’interno dello stesso governo.










