Nuova ondata di tensione sui mercati finanziari internazionali dopo l’escalation del conflitto in Medio Oriente. Gli attacchi incrociati tra Stati Uniti, Israele e Iran contro infrastrutture petrolifere e del gas hanno provocato un’impennata dei prezzi dell’energia e una forte volatilità su borse, titoli di Stato e valute, alimentando i timori di una crisi economica globale.

La situazione si è aggravata dopo i raid contro impianti energetici iraniani e la risposta di Teheran, che ha colpito strutture nel Golfo, coinvolgendo anche il Qatar. Il rischio di un’interruzione prolungata delle forniture dal Golfo Persico ha spinto gli operatori a vendere titoli rischiosi e a rifugiarsi nei beni considerati più sicuri.

Il primo effetto si è visto sulle materie prime energetiche. Il prezzo dei carichi di petrolio in partenza dall’Oman ha raggiunto i 166 dollari al barile, più del doppio rispetto ai circa 70 dollari registrati a fine febbraio. Il greggio americano si è mantenuto intorno ai 98 dollari, mentre il Brent ha oscillato tra 97 e 119 dollari, influenzato anche dalle indiscrezioni su una possibile revisione delle sanzioni contro il petrolio iraniano.

Anche il gas naturale è salito bruscamente: ad Amsterdam i contratti hanno registrato un aumento superiore al 13%, toccando i livelli più alti dall’estate 2022. L’impennata dei prezzi riflette il timore che il conflitto possa colpire non solo il trasporto del petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, ma anche la produzione nei principali giacimenti della regione.

La tempesta energetica ha avuto ripercussioni immediate sui mercati finanziari. Le principali borse asiatiche hanno chiuso in forte ribasso, con perdite superiori al 3% a Tokyo e Mumbai, mentre Hong Kong e Shanghai hanno registrato cali più contenuti ma comunque significativi.

In Europa le vendite hanno colpito tutte le piazze finanziarie: Milano ha perso oltre il 2%, Francoforte e Londra hanno fatto peggio, mentre Parigi ha limitato i danni. Anche a Wall Street gli indici hanno aperto in calo, segno di un clima di forte incertezza.

Tensione anche sui titoli di Stato. Il rendimento dei Bund tedeschi è salito fino al 3%, livello che non si vedeva dal 2011, mentre lo spread tra Btp italiani e Bund è rimasto stabile ma con rendimenti in aumento. Gli investitori temono che il rialzo dell’energia possa riaccendere l’inflazione e costringere le banche centrali a mantenere una politica monetaria restrittiva.

Lo scenario si complica perché la crisi arriva subito dopo le decisioni della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea, che hanno lasciato i tassi invariati ma hanno ribadito la volontà di riportare l’inflazione al 2% nel medio periodo.

Secondo gli analisti, il rischio è che il rincaro dell’energia renda più difficile questo obiettivo, costringendo le banche centrali a mantenere i tassi elevati più a lungo e rallentando la crescita economica.

L’impatto sui mercati è già pesante. Le borse europee hanno perso oltre 420 miliardi di euro in una sola seduta, dopo che nelle prime settimane di conflitto erano già andati in fumo più di mille miliardi.

Gli esperti avvertono che è quasi impossibile stimare l’effetto finale della guerra sull’economia globale, ma concordano su un punto: finché il conflitto continuerà a colpire le infrastrutture energetiche del Medio Oriente, la volatilità resterà altissima e il rischio di una crisi più ampia non potrà essere escluso.